lunedì 14 gennaio 2013

"WEI-JI" DI KATIA ALICANTE - Voi la crisi, noi la speranza

 
(Testo distribuito in occasione della mostra personale di Katia Alicante "Wei-ji", da me curata presso il Di.St.Urb di Scafati dal 21 ottobre all'11 novembre 2012).


“Voi la crisi, noi la speranza”: questo lo slogan che nel luglio 2011 accompagna le iniziative dei movimenti in occasione del decennale dei fatti del G8 di Genova, proprio in un momento in cui - dall’epifania degli indignados spagnoli di due mesi prima ad Occupy Wall Streat ed a tutte le esperienze affini che si propagheranno due mesi dopo un po’ in ogni parte del mondo – l’altermondismo sembra stia tornando con un’intensità che non si vede appunto dai tempi dell’ “era no global”. Benché – ne sono convinto – nulla passi senza lasciare una traccia, le imponenti sollevazioni del 99% dell’umanità, avendo raggiunto il loro acme nell’autunno del 2011, entrano nella fase del riflusso con una rapidità ancora maggiore rispetto al passato ed ancora una volta senza per lo più trovare sbocchi costituenti, perdendo sostanzialmente la prova di forza con le ragioni dei cosiddetti “mercati”, i nuovi dei cui i governi nazionali offrono in olocausto le vite dei propri cittadini per placare la loro ira – che non si manifesta più attraverso grandi catastrofi naturali, cui pure più che nel passato andiamo incontro, bensì attraverso l’impennarsi dello spread.

 
Katia Alicante, per la quale ricerca visiva, interrogazione sulla dimensione socio-politica e percorso spirituale interiore si intrecciano costantemente ed inevitabilmente, ci propone una sorta di immersione polifonica in quelli che sono stati gli scenari ed i dibattiti di questi ultimi anni, a partire dallo scoppio della recessione nel 2008 all’insegna del continuo oscillare tra pericolo ed opportunità, ovvero le due accezioni con le quali è possibile tradurre il termine che in cinese designa la parola crisi, una scelta che se da una parte rimanda alla centralità economica e quindi geopolitica che la Cina ha progressivamente assunto in questi ultimi anni nel contesto mondiale, dall’altra suggerisce anche il concetto della antica filosofia cinese della convivenza alternata degli opposti, ovvero quello di Yin e Yang. La considerazione della successione tra giorno e notte, dalla quale probabilmente tale concetto deriva, non impedisce però a Katia di sciogliere il suo dualismo in una sorta di teleologia positiva, in un metaforico sole - non immune da un sottile eco di quello che una volta si era soliti chiamare “sole dell’avvenire”, ma col quale ora abbiamo qualche problema a relazionarci. Intenzionalmente essenziale sul piano della grafica, data la volontà esplicita di rifarsi alle modalità comunicative tipiche di alcuni gruppi pacifisti degli anni ottanta, esso appare segnato dal termine inglese Empowerment - inteso, spiega l’artista stessa, come «accrescimento spirituale, politico, sociale o della forza economica di un individuo o una comunità, […] "sentire di avere potere" o "sentire di essere in grado di fare", […] frutto del concorrere del senso di padronanza e di controllo raggiunto dal soggetto (livello psicologico), e delle risorse/opportunità offerte dall'ambiente in cui il soggetto vive» - e circondato da raggi che sono altrettanti striscioni comunemente portati nei cortei per dire no al nucleare, alla guerra, alle discariche, al precariato, ai “sacrifici” a senso unico; per riaffermare oggi come ieri la fede in – e la necessità di - “un altro mondo possibile”.
 
Stefano Taccone
 

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