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sabato 24 dicembre 2022

L'ARTE SOCIALMENTE IMPEGNATA E LA SUA IMPASSE - A partire da un monumento antifascista di Nemanja Cvijanovic

 Il testo costituisce la versione integrale di quello poi apparso in versione ridotta – per motivi di spazio – e bilingue (croato e inglese) nella monografia Antifašizam kao samoobrambeni spomenik (Antifascismo come monumento all'autodifesa), dedicata ad un progetto del 2020 dell’artista croato Nemanja Cvijanovic, Spomenik crvenoj Rijeci – samoobrambeni spomenik (Monumento alla Fiume Rossa - Monumento all'autodifesa), e curata da Tevž Logar e Vladan Jeremic. La monografia è uscita nella seconda parte del 2022, mentre il mio testo è stato concepito più di un anno prima, come si può evincere dalla datazione in basso, e la distanza temporale si avverte in pieno (non c’è più il governo Draghi, la “nuova normalità” pandemica è in buona parte svanita, la Biennale di cui si discute il progetto si è ormai svolta etc.), tuttavia ritengo che il senso generale della mie argomentazioni resti – purtroppo – più che valido. 

«In ogni paese», afferma recentemente Pierre Dardot – filosofo francese tra i teorizzatori del neoliberalismo come strategia politica che accomuna liberali e populisti -, «la situazione è diversa. Questo è molto importante da dire perché a sinistra c’è la tendenza a considerare il neoliberalismo come un fenomeno unico. Esistono invece strategie differenti adattate localmente. Questa è la ragione per cui le correnti neoliberali hanno caratteristiche diverse. Ciò che però le accomuna è l’accentuazione dell’autoritarismo nel modo di governare e una tendenza a imporre una logica di governo che sottrae l’orientamento delle politiche economiche e sociali alla deliberazione pubblica» (1: R. Ciccarelli, Pierre Dardot: un abbraccio mortale per la gauche, in “Il Manifesto”, Roma, 16 giugno 2021, https://ilmanifesto.it/pierre-dardot-un-abbraccio-mortale-per-lagauche/?fbclid=IwAR1PaoQUJ48oObOH6X8U8W0WZWKZevrPonEHaJWTncvZkhN_THoRLQbFPY ). Una lettura del genere andrebbe intesa in stretta relazione con quanto accaduto il 19 settembre 2019, allorché il Parlamento europeo emana una risoluzione che, in diversi passaggi, equipara nazismo e comunismo (2: https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0021_IT.html), fatto tanto più clamoroso nella misura in cui a favore, a parte alcune eccezioni, vota anche il Partito democratico – al pari del gruppo dei Socialisti e democratici di cui è membro -, ovvero una formazione che nel 2007, ai tempi della sua nascita, rinviene il suo socio di maggioranza nell’erede per linea diretta del Partito Comunista Italiano (PCI). 
Ma non è questo che l’episodio più emblematico della evidente tendenza, promossa dalle élite dell’UE, a riscrivere la storia identificando tout court capitalismo euro-atlantico e regimi democratici proprio nel momento in cui le tradizionali forme di democrazia rappresentativa paiono svuotate di peso come non mai. La rimozione della memoria - ben più complessa e contraddittoria della narrazione manichea che mira a saturare tutto lo spazio del dibattito pubblico sul tema - andrebbe intesa, in altre parole, nel complesso dei mezzi adottati di volta in volta, senza scrupoli di sorta, al fine di uniformare le politiche europee alla ragione neoliberista, e quindi a vantaggio delle sue classi dominanti. La stessa agitazione dello spettro di una destra venata di rigurgiti neofascisti o, come si usa dire da qualche anno, sovranista – senza per questo voler sottovalutare gli aspetti ripugnanti delle forze politiche più o meno riconducibili a tale area – pare rappresentare in fin dei conti l’unico vero appiglio a disposizione delle compagini progressiste per conferire un senso alla propria esistenza e chiedere “voti utili” che poi serviranno immancabilmente a portare avanti - benché con mano morbida e toni dolci – una agenda di fatto molto simile, ed in alcuni punti persino sovrapponibile, a quella degli avversari. 
Il caso italiano di questi ultimissimi anni è ancora una volta emblematico: tra i populisti “né di destra né di sinistra” che propongono un referendum sull’uscita dall’euro e poi improvvisamente si dichiarano atlantisti ed europeisti convinti ed i “sovranisti più duri d’Europa” che, sempre improvvisamente e al pari dei suddetti populisti, si scoprono desiderosi di divenire colonne portanti della Pax Draghiana, ovvero del governo retto da colui che è un’autentica icona dell’europeismo – a prescindere dal giudizio più o meno positivo che si voglia tributare al personaggio -, benché naturalmente senza rinunciare ad un po’ di innocuo teatrino ora su questo ora su quell’altro tema, con la complicità – e la benedizione - della “controparte” di sinistra – tra virgolette ben marcate tanto più finché fanno parte della medesima maggioranza e del medesimo governo. 


Il presente più immediato sembra insomma consegnarci un quadro in cui ogni spinta centrifuga conseguente alla recessione iniziata nel 2007-2008 - sia essa, come prevalentemente nei primi anni, ascrivibile ad una sinistra radicale antiliberista, sul genere di Syriza o Podemos; sia essa, come negli anni successivi, riconducibile ad una opposizione all’eurozona in nome di un a dir poco problematico concetto di sovranità nazionale; sia essa una sorta di curioso ibrido tra queste due ultime posizioni, ché così si potrebbe descrivere per certi versi l’italiano M5S – viene repentinamente assorbita nel momento in cui entra nella sfera di governo. Il fenomeno è stato certamente aiutato dalla grave crisi pandemica, ma non di meno appare difficile sfuggire alla tentazione di considerare che la situazione si sarebbe comunque evoluta nella medesima direzione e che ciò sarebbe avvenuto in virtù del mastodontico apparato di controllo tecnico la cui potenza non è stata altro che consolidata dalle restrizioni di questo ultimo anno e mezzo, ma certo non aveva bisogno di esse per prosperare. 
Non si tratta tanto, o solo, di descrivere la società contemporanea come soggiogata da una sorta di Grande Fratello orwelliano. Certo anche questo! È difficile, in altre parole, negare che tutte le nostre vite – i nostri gusti, le nostre idee... – non siano in qualche modo schedate anche se ti sei cancellato da tutti i social network ed anche se non hai mai aperto nessun account su di essi, ché bastano pochi minuti di navigazione per disseminare i tuoi dati in chissà quali mani, tanto più se – come quasi tutte le persone a me prossime ma a differenza del sottoscritto – possiedi uno smartphone! Il nodo più inquietante credo sia però nell’illusione della neutralità della tecnica, che pur – tra gli altri - magistralmente confutata a suo tempo da Günther Anders con la sua teoria dell’uomo antiquato (3: «Non basta affermare che bisogna utilizzare la tecnica per scopi buoni invece che cattivi, per compiti costruttivi invece che distruttivi. Tale argomento, che si ode fino alla noia sulle bocche di tanti uomini di buona volontà è indiscutibilmente miope. […] La credenza che esistano province libere di autocontraddizioni e di dialettica è puerile. G. Anders, Die Antiquiertheit des Menschen Bd. II: Über die Zerstörung des Lebens im Zeitalter der dritten industriellen Revolution, 1979, trad. it. L’uomo è antiquato II. Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino, 2007, pp. 113-114), è oggi più che mai dura a morire. Cosa infatti se non la tecnica ha permesso di plasmare uniformemente le nostre opinioni ed i nostri desideri ad un punto tale da guardare al cambiamento non più come ad un passaggio verso un’era migliore in quanto qualitativamente diversa, bensì come un sostanziale ritorno a quando si stava meglio – per quelli che quell’ipotetico “meglio” lo hanno vissuto, i meno giovani, ma anche per quelli che non lo hanno mai vissuto, i più giovani -, nonché da lasciarci credere che tutto ciò possa venire da una sorta di “uomo della provvidenza”? Da qui il successo di Draghi – ma anche di alcuni suoi predecessori -, giacché per quanto il Recovery Plan venga presentato con toni “futuristici” – tanto è vero che è altresì detto Next Generation EU -, gli “ottimisti” non sanno immaginarselo che in maniera fin troppo simile a quel florido passato recente – forse un po’ mitico - in cui i ristoranti erano pieni, la merce si produceva e si vendeva, i posti di lavoro non mancavano e si arrivava alla fine del mese. Solo tutto sarà più digitale e più green, oltre che naturalmente più global! Niente a che vedere pertanto con ormai sbiaditi ricordi di “sol dell’avvenire”! 


Mi sembra chiaro pertanto che, senza in alcun modo voler sottovalutare la reviviscenza di sentimenti e movimenti neofascisti o parafascisti – un problema che però in questo momento appare forse più tangibile nell’Europa orientale che in quella occidentale o negli Stati Uniti, ove i cosiddetti sovranisti sembrano aver subito una battuta d’arresto, se non proprio un arretramento: la “normalizzazione” di Salvini, la stagnazione della popolarità della Le Pen, la tenuta dei partiti tradizionali in Germania e più di ogni altra cosa la sconfitta di Trump -, le pulsioni più tipicamente destrorse non possono essere intese correttamente se non si inquadrano entro il discorso della sempre più drammatica crisi delle forme tradizionali di democrazia rappresentativa, con – da una parte – la sempre più fiacca capacità di resistenza ed autonomia del politico rispetto alle grandi lobby, specie le grandi aziende che con la pandemia non hanno fatto altro che consolidare i profitti, ovvero prettamente quelle legate all’elettronica, e – dall’altra ed in stretta relazione - la sempre più preoccupante eclissi della autentica possibilità e capacità di elaborare un giudizio relativamente autonomo e fondato sui fatti del mondo e quindi dello spirito stesso dell’essere cittadino. E l’altra faccia della crisi della democrazia non è appunto che l’autoritarismo sociale ed economico in cui Dardot scorge l’autentica anima del neoliberalismo contemporaneo. 
Tale situazione non sfugge alla necessità di uno specifico discorso nel campo della produzione culturale ed artistica, includente anche la questione dell’arte “socialmente impegnata”, che non può più porsi nei medesimi termini nei quali ancora era possibile solo una decina di anni fa. Certo, i fatti che si sono svolti intorno al Monumento alla Fiume Rossa di Nemanja Cvijanović ci dicono che le arti visive contemporanee, ove i suoi linguaggi sono sapientemente padroneggiati, possono ancora essere politicamente molto incisive; possono, in altre parole, ancora essere picassianamente «uno strumento di guerra offensivo e difensivo contro il nemico» più che un oggetto decorativo – e il guaio è che i più grandi elementi di decorazione, come considereremo tra poco, stanno diventando proprio certe battaglie un tempo appannaggio di lotte politiche radicali. L’operazione dell’artista croato ricorda non poco le dinamiche innescate da Hans Haacke attraverso varie sue opere tra gli anni ottanta e i primi anni del nuovo secolo – fatto salvo naturalmente il particolare che all’epoca non esistevano i social network -, e più di tutte Und ihr habt doch gesiegt (Ed infine siete stati vittoriosi), installata nel 1988 nello spazio pubblico della di Graz, che, rinfrescando la memoria sul consenso che l’Anschluss riscosse in quella città a suo tempo, nonché su tutte le vittime del nazismo tra gli abitanti della Stiria - regione di cui Graz è capitale –, provocò non pochi malumori nelle frange più “nostalgiche” della popolazione, tanto da essere vandalizzata nottetempo (4: Per una ricostruzione dei fatti che si svolgono intorno a quest’opera di Haacke cfr. H. Haacke, La generazione delle immagini. Public art, http://1995- 2015.undo.net/cgi-bin/openframe.pl?x=/Pinto/haacke.htm, ma anche il mio Hans Haacke. Il contesto politico come materiale, Plectica, Salerno, 2010, pp. 110-114). Tuttavia la mia convinzione è che oggi il cuore della questione della relazione tra pratica artistica e impegno politico non si giochi più – almeno per il momento – sul piano dell’arte che interviene esplicitamente nelle questioni politiche di fatto, e ciò non tanto perché tutto ciò avrebbe finito sempre più per somigliare ad un “telegiornale creativo”. Il nodo cruciale va invece ricercato nell’operazione di “recupero” di certi motivi che il mainstream ha iniziato da diversi anni e che ormai mette in atto in maniera sempre più raffinata. 


In Italia la critica allo strapotere del mercato, ed alla sua capacità di fagocitare anche i messaggi politici dell’arte più radicalmente avversi alle sue stesse logiche è probabilmente incarnata innanzi tutto – pur non senza ambiguità - da una figura come Marco Scotini o da altri critici e curatori a lui molto vicini, come Elvira Vannini, recentissimamente intervenuta in tal senso con un articolo che si focalizza in particolare sulla cattura capitalista dei discorsi sul genere. Ella parte dal presupposto che c’è stato un tempo in cui la cultura sapeva anche porsi, all’interno del conflitto di classe – che beninteso è qualcosa che esiste oggi come ieri e il fatto che siano cambiati i termini o che i suoi esiti da decenni, almeno in area euro-nordamericana, si rivelino a senso unico (5: È ormai divenuta alquanto – tristemente – celebre questa frase del miliardario americano Warren Edward Buffett: «È in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo») nulla toglie al suo effettivo persistere -, dalla parte degli oppressi, e rievoca alcuni esempi prettamente legati al 1968 e alla contestazione della Biennale di Venezia. Subito dopo però chiarisce che «Le strategie con cui il sistema culturale ha estromesso e assimilato queste eccedenze – spesso attraverso l’istituzionalizzazione di pratiche ed enunciazioni che avevano criticato le istituzioni stesse – sono chiare: depotenziarle e re-immetterle nel ricchissimo e perverso ingranaggio economico dell’arte, per neutralizzare il valore sovversivo e le istanze di lotta da cui derivano. Nel solco aperto lungo questa strada il capitale ha performativamente indossato la maschera del genere o del colore intensificando, a seconda dei contesti, i meccanismi di cattura della conflittualità in una realtà fictionale dove non c’è più posto per alcuna verifica, né tantomeno per rovesciarne i rapporti di forza» (6: E. Vannini, Quando la fiction capitalista recita il genere, in “Machina”, Roma, 18 giugno 2021, https://www.machina-deriveapprodi.com/post/quandola-fiction-capitalista-recita-il-genere). 
Emblematica in tal senso diviene un’altra Biennale di Venezia, quella di Cecilia Alemani che verrà nel 2022, fermo restando che il suo impianto non è affatto una novità neanche limitatamente al settore culturale, ché «non si contano le tantissime narrazioni e produzioni (dai boschi verticali, i fashion show di maison del lusso come Dior, gli spot queer di Gucci, le innumerevoli sponsorizzazioni di esposizioni e progetti artistici, fino a trovare Black Lives Matter al primo posto nella classifica Power 100 - The annual ranking of the most influential people in art della rivista “Art Review” insieme a collezionisti, galleristi e altre potenti comparse del sistema): femminismo, radicalità politica ed ecologia vengono messi a soggetto ma, al di là di una superficiale tematizzazione – o forse meglio chiamarla appendice decorativa – i dispositivi di produzione, le economie, i canoni e le funzioni rimangono inalterati. Personaggi di potere che rappresentano la classe privilegiata si appropriano di parole, strumenti e istanze conflittuali che appartengono alle tante lotte transnazionali, ora recuperate, mercificate, messe a valore» (7: Ibidem). 
La Alemani è esattamente uno di questi personaggi e lavora in conformità con i gusti della sua classe. La Vannini lascia intendere questo pensiero con grande coraggio, infischiandosene di apparire “datata” agli occhi della cultura dominante che nega il suo carattere ideologico e naturalizza i rapporti di potere, nonché della possibilità di attirarsi quelle tipiche accuse di attaccare una collega per “invidia” che non possono che prosperare sempre più in un contesto di analfabetismo politico dilagante. Se Elvira Vannini – potrei metterci dieci mani sul fuoco – avesse desiderato a tutti costi curare grandi biennali internazionali avrebbe compiuto ben altre scelte e non da oggi, ma da almeno vent’anni! 
Avendo premesso che la sua «nomina in rosa» costituisce l’ «ultimo atto del presidente uscente Paolo Baratta, dopo un paio di decenni di dominio esclusivo e alla scadenza del suo incarico incontrastato»; che «Con la totale complicità della stampa di settore e insieme alla disarmante assenza di ogni critica o di qualsiasi forma di antagonismo dal mondo dell’arte, dopo quasi vent’anni di nomine politiche, in assenza di un consiglio direttivo trasparente o di un board (come avviene in altre biennali internazionali e come accadeva un tempo a Venezia), abbiamo la “prima donna italiana” a dirigere la kermesse lagunare, ampiamente accompagnata da unanimi esaltazioni identitarie», nonché che la Alemani è «conosciuta dagli addetti ai lavori più per essere la moglie di Massimiliano Gioni che non per il suo lavoro curatoriale, prevalentemente estraneo alla storia dell’exhibition-making», la Vannini lambisce finalmente quello che mi pare l’autentico cuore della faccenda: la futura curatrice della Biennale di Venezia «Non si è mai occupata di ecologia, tantomeno di femminismo, ma nel grande campo d’improvvisazione quale è il sistema dell’arte, questo non ha alcun rilievo, perché oggi questi temi cool sono strumenti immancabili nel kit di ogni artista, curatore o casa editrice al passo coi tempi» (8: Ibidem). 
Per una critica e curatrice che fin dai suoi primissimi passi si è interrogata sul rapporto tra pratiche artistiche e politica intesa come lotta per una società più giusta e che dai suoi esordi fino ad oggi ha lasciato ruotare tutti i suoi progetti e i suoi scritti intorno a tale dualità – fin dai tempi in cui, in altre parole, non erano così tanti, almeno in ambito italiano, gli artisti ed i curatori interessati ad affrontare tematiche legate all’ecologia, alle discriminazioni di etnia o di genere, all’oppressione dei lavoratori, allo strapotere dei media etc. –, il modo in cui la Alemani intende affrontare certe questioni, stando allo statement curatoriale ed al titolo della mostra – che «riprendono un libro di fiabe di Leonora Carrington Il latte dei sogni» - è inconcepibile: «Fecondità, simbolismo esoterico, sogno, divinità e creature femminili schiudono un immaginario e una cosmogonia che, in un momento storico di crisi irreversibile, in cui meglio non parlare della realtà, non poteva trovare miglior correlato nell’evasione dal reale. Ma, da una tribuna di tal rilievo, la prospettiva d’indagine, non può essere individuale, soggettiva e narcisistica. Cosa può ancora raccontarci l’imponente macchina espositiva veneziana? Senza dubbi Alemani incarna una visione manageriale, capitalista e liberale dell’arte. E sicuramente non possiamo che aspettarci l’ennesima mostra a cui l’industria culturale ci ha abituati». Il culmine dello sconcerto arriva però «quando leggendo il testo di Cecilia Alemani si scorge citata Silvia Federici, riferimento imprescindibile per intere generazioni di femministe e movimenti transnazionali, ma con l’accurata rimozione della dimensione immediatamente materialista e conflittuale delle lotte contro il capitale, la riproduzione delle nostre vite, il controllo dei corpi, evitando di usare parole come capitalismo, patriarcato, diseguaglianze e ingiustizie sociali, femminismo popolare, eludendo qualsiasi traiettoria del suo impegno teorico e militante» (9: Ibidem). 
Cosa intende del resto la Federici quando parla di “re-incantesimo del mondo”, ovvero l’espressione cui in particolare la Alemani attinge? Per la Vannini non ci sono dubbi: esso ha a che fare con la «scoperta di logiche diverse da quelle imposte dallo sviluppo capitalista: re-inventare e re-immaginare il rapporto con la vita, con la natura e con il nostro corpo; vuol dire recuperare il senso della creatività come qualcosa che appartiene a tutti, non a una ristretta cerchia elitaria che governa e amministra i capitali dell’arte». Senonché «quando è il padrone a citarla e senza un’analisi marxista di quei rapporti di forza e di classe che, se taciuti (e che la stessa Alemani incarna in un modello femminile manageriale, filoamericano e di potere), confondono il nemico con la controparte, diventano frasi espropriate di senso e direzione politica, un tentativo di glamourizzazione depoliticizzata e inaccettabile». Da qui l’invito ad usare semmai l’insegnamento della Federici «per distinguere tra i processi di soggettivazione e quelli di cattura del capitale, perché il “re-incantesimo del mondo” significa costruire un’alternativa al capitalismo, re-immaginare pratiche, saperi, forme di organizzazione contro il disincanto capitalista, colonialista e patriarcale», nonché la chiosa: «Perché rivendicare ancora un’arte separata dal sociale e come fuga nel mondo magico? È solo a partire dalle lotte che possiamo reincantare il mondo» (10: Ibidem). 



Pur provando grande simpatia per lo slancio altermondista della Vannini – mi permetto di chiamarlo così; del resto scrivo ormai a pochi giorni dal ventennale del G8 di Genova e chi non ricorda la potenza evocativa di uno slogan come «un altro mondo è possibile?» -, credo che, ai fini del nostro discorso, convenga focalizzarsi sulla deliberata separazione della questione femminile – meglio essere prudenti ed evitare l’aggettivo “femminista” – da una critica più ampia, che abbracci la logica capitalistica in generale con il suo produrre oppressione, alienazione e diseguaglianza così come si può evincere dall’analisi delle scelte della Alemani. Dopo di che tale dinamica, così magistralmente colta, va ulteriormente considerata in rapporto ad altri ambiti della società contemporanea e ad altri campi rivendicativi – e la stessa Vannini si dimostra consapevole di tale necessità, come risulta chiaro dall’esempio “virtuoso” della Biennale del 1968, da contrapporre alla Biennale futura, nonché dalla premura nell’aggiungere che la Alemani non si è mai occupata nemmeno di ecologia, oltre che di femminismo. Il punto fondamentale dal quale è necessario partire onde condurre eventualmente una battaglia che realmente incida sullo «stato di cose presente» - come direbbero Engels e Marx - ed a prescindere dal fatto che essa implichi poi i linguaggi artistici o meno, mi pare dunque quella che chiamerei una sorta di rialfabetizzazione politica. Non si andrà molto lontano finché non si prenderà insomma coscienza di come funziona tendenzialmente il capitalismo contemporaneo. 
La sua tracotanza non è più così facilmente associabile alla nozione di “potere bianco”, anzi si serve dell’immagine di una società multietnica, per quanto inesistente nella sua aura edenica, per vendere meglio i suoi prodotti. E questo punto specifico avrebbe dovuto essere chiaro fin dai tempi delle pubblicità della Benetton dei primi anni novanta ideate da Oliviero Toscani, benché la cronaca contemporanea non cessi di fornire spunti che avallano tale strumentalizzazione dell’antirazzismo. Basti pensare al polverone che ancora mentre scrivo si alza sulla Nazionale italiana perché i suoi calciatori non dimostrano solidarietà con il movimento Black Lives Matter (BLM), non inginocchiandosi o inginocchiandosi solo parzialmente prima degli incontri degli Europei di calcio 2021 – cui partecipano tutti soggetti che, inginocchiati o meno, incassano lauti stipendi annuali -, mentre Camara Fantamadi, bracciante ventisettenne originario del Mali, muore nelle campagne del brindisino spossato dal lavoro sotto il sole cocente. 
Se dall’antirazzismo passiamo all’ecologia il discorso si fa ancora più perverso – oltre che complesso -, ma anche qui purtroppo la sostanza non è diversa. Il capitalismo contemporaneo – anche se non da moltissimo – ha ormai abbandonato quasi del tutto le posizioni negazioniste sul surriscaldamento climatico e si è invece gettato a capofitto nella propaganda volta a far apparire non solo possibile ma persino idilliaca la prospettiva di un capitalismo colorato di verde. In Italia in particolare abbiamo assistito alla farsa del Ministero della Transizione Ecologica, di cui molti – troppi – si sono innamorati solo ad udire il nome, senza considerare che questo dicastero non ha fatto altro che sostituire il precedente Ministero dell’Ambiente o che colui che è stato scelto per guidarlo è un uomo come Roberto Cingolani, già Responsabile Tecnologie e Innovazione di Leonardo (ex Finmeccanica) - ovvero una delle maggiori imprese di materiale bellico che esista al mondo -, il quale si è presto dichiarato favorevole al ritorno al nucleare ed all’idrogeno alimentato a gas, e ci sarebbe da aggiungere ancora tanto altro. Resta ferma però, più in generale, la contraddizione tra un pianeta dalle risorse finite ed un sistema economico che ne presuppone invece di illimitate, come ha ben messo in evidenza – tra gli altri – il teorico eco-socialista belga Daniel Tanuro (11: Cfr. almeno D. Tanuro, L'impossible capitalisme vert, 2010, trad. it. L’impossibile capitalismo verde. Il riscaldamento climatico e le ragioni dell'eco-socialismo, Edizioni Alegre, Roma, 2011; D. Tanuro, Trop tard pour être pessimistes! Ecosocialisme ou effondrement, 2020, trad. it. È troppo tardi per essere pessimisti. Come fermare la catastrofe ecologica imminente, Edizioni Alegre, Roma, 2020). 
Non diverso – come un po’ abbiamo già considerato seguendo il discorso della Vannini – è lo scenario che si osserva se ci volgiamo infine al versante del sesso e del genere. Si può essere, ad esempio, così ingenui da non pensare che si sia cercata di arginare la cattiva nomea che nell’ultimo decennio si era giustamente guadagnata la cosiddetta Troika - Commissione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale – anche attraverso la nomina di donne a capo delle istituzioni che la compongono (12: Nel giro di pochissimi anni la Troika è diventata tutta “rosa”. L’attuale direttore operativo dell’FMI è Kristalina Georgieva, ma a capo di esso vi era già una donna, Christine Lagarde, che dal novembre 2019 ha preso il posto di Mario Draghi come in qualità di presidente della BCE, mentre la sua eredità. Il mese successivo Ursula von der Leyen diviene invece presidente della Commissione Europea al posto di Jean Claude Juncker)? Cosa dire inoltre della valanga di sponsorizzazioni, provenienti delle peggiori multinazionali – Amazon, Coca-Cola, Nestlé, etc. –, che da qualche anno a questa parte accompagnano i Gay Pride italiani, benché il fenomeno abbia avuto inizio prima in ambito americano, tanto che sia Oltreoceano sia nel mio paese – e presumo anche in altre parti di Europa – cominciano a sorgere manifestazioni alternative?
Non sono questi che pochi, ma consistenti esempi gettati un po’ alla rinfusa eppure sufficienti ad enunciare una massima generalmente valida, e lo stesso mio commento del testo della Vannini non è servito che chiarire come essa non risparmi il settore della cultura e dell’arte contemporanea in generale, anzi… Il capitalismo del XXI secolo non solo non ostacola, ma addirittura promuove l’espressione di tutta una serie di istanze sociali e civili cui un tempo non troppo lontano tendeva ad essere ostile. Esso è probabilmente disposto a patrocinare, in una certa misura ed in certe condizioni, persino una critica di se stesso, purché appunto si rimanga sul piano teorico e non si traduca la teoria in pratica. Una multinazionale produttrice di armi, per formulare l’esempio più immediato, sarebbe forse pronta anche a sponsorizzare una mostra con opere che critichino le stesse guerre che essa rende possibili, purché possa continuare a vendere le sue merci. Una multinazionale responsabile di disastri ambientali, per formulare un altro esempio simile, sarebbe forse pronta anche a sponsorizzare una mostra con opere che additino catastrofi ecologiche, purché possa continuare indisturbata le sue politiche di depredazione ambientale. Una banca legata a disinvolte operazioni speculative, per essere ancora più chiari, sarebbe forse pronta anche a sponsorizzare una mostra con opere che stigmatizzino quello che viene chiamato il capitalismo tossico (13: M. Bertorello, D. Corradi, Capitalismo tossico. Crisi della competizione e modelli alternativi, Edizioni Alegre, Roma, 2011) o parassitario (14: Z. Bauman, Capitalismo parassitario, Laterza, Roma-Bari, 2009), purché a nessuno venga in mente di mettere davvero i bastoni tra le ruote alle sue strategie di gestione. Oggi più che mai l’ “artista politico” si trova così di fronte ad una impasse! 

                                                 Stefano Taccone, giugno 2021

martedì 13 luglio 2021

ARDITE APORIE - L’arte nello spazio pubblico in tempi di pandemia

 Il testo costituisce il mio contributo ad Archivi e topografie immaginarie e  Solo nel deserto, mostre collettiva degli allievi del corso di fotografia digitale tenuto da Robert Pettena presso l'Accademia di Belle Arti di Firenze. Inauguratesi il 18 giugno 2021 a Firenze, rispettivamente presso la PIA-Palazzina Indiano Arte e la Manifattura Tabacchi, la prima resterà aperta fino al 31 luglio, mentre la seconda ha chiuso il 10 luglio.

«A meno di non ricorrere a spazi sottovuoto», scrive la filosofa Donatella Di Cesare, «bisognerà vivere in un ambiente contaminato, infettato, avvelenato. L’integrità è un miraggio del passato. Per avere condizioni accettabili l’organismo deve votarsi a una veglia permanente, una sorveglianza insonne. Virus e batteri sono tra noi. Questi nuovi coinquilini aggressivi invadono anche l’intimità, insidiano l’antica dimora, dove tentano di stanziarsi. La società dell’igiene chiama a raccolta e l’immunità diventa un’ideologia. La cura di sé ossessiva e la medicalizzazione continua sono lo specchio della chiusura selettiva, del rifiuto convinto alla partecipazione, della conservazione caparbia. I sistemi immunitari sono i servizi di sicurezza specializzati nella protezione e nella difesa contro invisibili invasori, virus migranti che avanzano pretese di occupazione dello stesso spazio biologico. Il miraggio di immunità procede di pari passo con la globalizzazione». (1: D. Di Cesare, Virus sovrano? L’asfissia capitalistica, Bollati Boringhieri, Torino, 2020, pp. 86- 87). 



Federico Niccolai, Isolotto Firenze (Google search), 2021.
 

Quando sono state scritte queste parole? Considerando che la prima edizione del volumetto dal quale sono tratte, Virus sovrano? L’asfissia capitalistica, è del giugno 2020, presumibilmente poco più di un anno fa. Nel frattempo c’è stata la “grande illusione” dell’estate, quando non pochi sostenevano che il virus se ne sarebbe andato da solo col caldo e non sarebbe più tornato – possibilità alla quale evidentemente la Di Cesare non ha mai creduto, al pari, fortunatamente, di tanti altri, compreso il sottoscritto -; quindi la seconda ondata – che in Italia e non solo è stata peggiore della prima – e poi ancora la terza – costantemente accompagnata però questa volta dalla vicenda dei vaccini, i quali da mesi, e tanto più nelle ore in cui scrivo, suscitano insieme speranza e timore. Lo scorrere dei mesi se da una parte non ha fatto che esasperare, sia sul piano psicologico-emotivo che su quello socio-economico, la situazione di tanti individui che invece avevano affrontato la prima ondata con maggiore serenità - nella convinzione che non si trattasse che di sforzarsi di vivere diversamente per un paio di mesi e cosa avrebbe mai potuto costituire un sacrificio del genere rispetto agli anni di guerra e privazioni con cui ebbero a che fare i nostri genitori e i nostri nonni? -, dall’altra pure pare aver ingenerato in non pochi soggetti un certo senso di adattamento. 

                        Tang Xiaoyuan, Tunnel, 2021, stampa su PVC.


Lo si constata quando, in tempi di maggiore rilassatezza ed ottimismo, vengono poste domande circa il quali sarebbero le nuove prassi ed abitudini che, adottate durante la pandemia, potremmo continuare ad osservare in un mondo realmente e totalmente liberato dalla minaccia del SARS-CoV-2. Il primo punto in cima alla lista di politici, giornalisti, imprenditori, economisti e altri personaggi del mainstream sembra essere allora, senza troppe esitazioni, l’uso diffuso dei mezzi digitali, unito ad una particolare predilezione – bisogna aggiungere – a tirare in ballo il settore della scuola – una posizione peraltro che tende surrettiziamente ad una identificazione del tutto immotivata tra uso della tecnologia in ambito scolastico, che non si vede per quale motivo di per sé dovrebbe costituire un’alternativa alla frequenza in presenza al 100%, e didattica parzialmente a distanza. Se invece si sondano un po’ gli umori dei cittadini, l’impressione è che - tra l’altro – la prospettiva di abbandonare la mascherina susciti meno entusiasmo di quanto si possa credere e che anzi non pochi vi si siano quasi affezionati, tanto da dichiarare, non senza l’approvazione di alcuni virologi, immunologi, epidemiologi o, più semplicemente, di opinionisti, che d’ora in poi la porteranno per sempre. Le prime motivazioni addotte – ed è per questo che trovano il consenso di alcuni scienziati – sono naturalmente di carattere sanitario: dalla constatazione che l’uso della mascherina ha sensibilmente abbattuto i casi di influenze e raffreddori a quella per cui la mascherina proteggerebbe anche dallo smog e quindi dalla eventuale contrazione di altre malattie, come quelle tumorali. Dalla rivendicazione della libertà personale di indossare la mascherina anche in un contesto non pandemico, si passa poi abbastanza rapidamente ad osservare che - sempre in un ipotetico mondo senza più Covid -, la mascherina, almeno durante i mesi più freddi e nei luoghi chiusi, costituirebbe comunque una opportuna forma di rispetto nei confronti del prossimo, con tanto di domanda retorica del tipo: «Ma in definitiva è poi così fastidioso tenersi una mascherina?». Non mancano inoltre raffronti con i cinesi e i giapponesi, presso i quali, essendo guarda caso i popoli più civili – si dice –, l’abitudine di portare la mascherina vige da tempo (2: Il mio discorso sul favore con il quale una percentuale – non sappiamo quanto consistente – di individui vede l’uso delle mascherine anche dopo la pandemia si basa su dibattiti televisivi, su opinioni rinvenute attraverso vari socialnetwork e su conversazioni private, ma, qualora qualcuno nutrisse dubbi circa l’esistenza di certi orientamenti cfr. almeno. V. Aiello, Perché le mascherine potrebbero diventare “stagionali” dopo la pandemia di Covid, in “fangae.it”, Napoli, 10 maggio 2021, https://scienze.fanpage.it/perche-le-mascherine-potrebbero-diventare-stagionali-dopola-pandemia-di-covid/)

     Cao Zhihao, I testicoli di David sono stati finalmente appesi sotto il Ponte Vecchio, 2021, performance. 


Alle motivazioni sanitarie – discutibili o meno che siano – se ne aggiungono però altre di carattere palesemente differente, definibili piuttosto psicologico-emotive, come si evince, ad esempio, da un’inchiesta di The Guardian condotta circa un mese fa, all’indomani della fine del divieto di portare la mascherina all’aperto negli USA per coloro che hanno completato il vaccino. Alcune persone hanno dichiarato infatti al giornale «che preferiscono semplicemente indossare le mascherine per il viso in pubblico e che ciò non ha nulla a che fare con l'essere pro-scienza o anti-scienza, liberale o conservatore. Tale scelta è invece motivata del fatto che esistono più fattori che possono ferirli rispetto ai virus, inclusa l'attenzione aggressiva o sgradita di altre persone, o addirittura qualsiasi attenzione». Ecco qualche testimonianza più specifica: «Aimee, una sceneggiatrice di 44 anni che vive a Los Angeles, ha affermato che indossare una mascherina in pubblico anche dopo essere stata vaccinata le dà una sorta di “libertà emotiva”. “Non voglio sentire la pressione del dover sorridere alle persone per assicurarmi che tutti sappiano che sono amichevole e simpatica”, ha detto. “È quasi come togliere di mezzo lo sguardo maschile. C'è libertà nel riprendersi quel potere”»; «Per Elizabeth, una docente di 46 anni che vive vicino ad Atlanta, in Georgia, la mascherina ha avuto successo laddove anni di terapia e farmaci nulla avevano potuto: tenere a freno la sua ansia sociale e permetterle di sentirsi a proprio agio mentre è fuori nel mondo»; «Hartley Miller, un tecnico di 33 anni di San Francisco, ha affermato che l'ultimo anno di continue conversazioni su Zoom con telecamera accesa ha seriamente esacerbato il suo dismorfismo corporeo […] “Mi limito a fissare quella piccola scatola con la mia faccia dentro e a smontare il mio aspetto”, ha detto, notando che la sua angoscia sta influenzando le sue prestazioni lavorative. “Il mio doppio mento sembra sei volte più grande, le mie borse sotto gli occhi sono di un viola troppo profondo ecc.”». (3: J. Carrie Wong, The people who want to keep masking: ‘It’s like an invisibility cloak’, in “The Guardian”, Londra, Monday 10 May 2021, https://www.theguardian.com/usnews/2021/may/10/the-people-who-want-to-keep-masking-its-like-an-invisibility-cloak).

                                                       Chiara Salvini, Isolotto, 2021, carta.

 

La tentazione è di incrociare le dichiarazioni di “fedeltà alla mascherina” per motivazioni legate alla necessità di preservare la salute fisica con quelle che abbiamo appena ascoltato, che invece sono chiaramente legate alla sfera della salute dell’anima, in maniera tale da leggere le prime come spesso e volentieri assimilabili a nient’altro che ad un mascheramento delle seconde. Di supporre, in altre parole, che influenze, raffreddori, smog etc. non siano che più o meno inconsce bugie onde nascondere i reali, ma meno facilmente confessabili, moventi legati a fobie sociali e disturbi affini. Comunque stiano le cose, è certo che oltre un anno di, pur necessaria, reiterata coazione alla protezione ed al distanziamento nei confronti dei nostri simili, di continua, benché fondata, percezione del pericolo in qualunque altro luogo che non sia la nostra dimora non può non averci trasformato nel profondo – chi più e chi meno e, tendenzialmente, in particolare le generazioni più giovani, gli adolescenti in formazione – e di conseguenza aver trasformato, almeno per il momento, il nostro quotidiano modo di relazionarci, e ciò varrebbe anche qualora come per magia ci ritrovassimo in un ideale ambiente “Covid-free”. 


                       Davide Vaccaro, Orizzonte di attesa, 2021, tavolo di legno, terracotta, piante.

Tale scenario muta radicalmente anche i modi di pensare a tutte quelle forme di arte pubblica, partecipativa, relazionale etc. che, essendo significativamente emerse a partire dai primi anni Novanta, fornivano l’impressione, ormai da un bel po’ di tempo, di ripetere troppo spesso se stesse, non senza la complicità dei critici e dei curatori che pure le andavano presentando costantemente in termini assai stantii, come se fossero delle eterne novità, quando invece ormai l’effetto propulsore dell’uscita dagli spazi deputati e del coinvolgimento di nuovi pubblici pareva essersi per lo più consumato. Il merito di Robert Pettena e dei suoi studenti mi sembra pertanto individuabile nella caparbietà e nell’astuzia con la quale hanno cercato di introdursi negli interstizi della “vecchia socialità” rimasti accessibili – senza per questo fare a meno degli strumenti della “nuova” -, cercando di valorizzarli e goderne il più possibile, in un tempo in cui la cosa più semplice da fare sarebbe stata quella di rinchiudersi nei propri domicili ed accomodarsi davanti ad un dispositivo con connessione, attendendo che fuori cessasse la tempesta, sempre ammesso e non concesso che quel giorno sarebbe arrivato. In un momento in cui il terreno sembrava davvero mancare sotto i piedi, giacché i criteri attraverso i quali ci siamo più o meno fin dalla nascita relazionati con l’altro venivano meno, l’ostinazione di Robert e dei suoi ragazzi di cercare alternative non solo vietamente telematiche alla ricerca artistica, intesa peraltro come indagine sullo spazio sociale a trecentosessanta gradi, mi suscita una particolare simpatia e mi aiuta a continuare a credere in un futuro prossimo che – come spero tutti si augurano, ma non ne sono troppo sicuro – non sia fatto solo di social network e di serie tv, di compleanni festeggiati su piattaforme telematiche e di presentazioni di libri in streaming. 

                                                                                                                                              Stefano Taccone

venerdì 25 settembre 2020

LO SPECCHIO “ROSSO-NERO” CHE SI ACCINGE A STRITOLARCI - Lettera aperta a Vincenzo Estremo a partire dalla sua Teoria del lavoro reputazionale. Saggio sul capitalismo artistico

Caro Vincenzo, ho letto e riflettuto circa il tuo Teoria del lavoro reputazionale. Saggio sul capitalismo artistico (Milieu edizioni, Milano, 2020). La prima osservazione che mi viene in mente è che si tratta di un lavoro che, attraverso un investimento biografico-esperienziale-emotivo assai consistente per chi sa leggerlo più o meno tra le righe – cogliendo qua e là qualche piccolo riferimento: dal tuo lavoro come da operaio all’Indesit alla “battaglia di Napoli” del 2001 -, delinea un ritratto in cui numerosi soggetti della nostra generazione potrebbero ampiamente rispecchiarsi, rinvenendo la parabola della loro vita in questo primo ventennio circa di maturità. Una parabola, come tu stesso dici, basata inizialmente sul primato del credere – “Un altro mondo è possibile!”, ricordi? – e poi piano piano è come se gli orizzonti di reale trasformazione si fossero sempre più chiusi di fronte a noi, fino a trovarci davanti ad un muro apparentemente invalicabile. Tu provi, ostinatamente, ad aprire qualche spiraglio nell’epilogo – e fai bene – anche se non eri obbligato a mio modo di vedere. Su questo punto sono abbastanza d’accordo con il compianto David Graeber, il quale proprio in Bullshit job - che so essere stato uno stimolo importante per Teoria del lavoro reputazionale – così scrive: «Di solito non mi piace inserire raccomandazioni di pratiche politiche nei miei libri. Una prima ragione è che, in base alla mia esperienza, se un autore è critico riguardo all’ordinamento sociale esistente, i recensori replicano di fatto con la domanda: “Che cosa proponi di fare allora?”, cercando nel testo qualcosa che assomigli a un suggerimento di politiche e comportandosi poi come se tutto il libro ruotasse in sostanza attorno a quello. […] Un’ altra ragione per cui esito a suggerire politiche è che io diffido della loro stessa idea, poiché esse implicano la presenza di un gruppo di è di élite – in genere funzionari pubblici – che prende decisioni su una questione (“una politica”) e poi fa in modo di imporle a tutti gli altri. Spesso cadiamo in una trappola mentale quando discutiamo di argomenti del genere. Diciamo per esempio: “Che cosa faremo per il problema X?”, come se “noi” fossimo la società nel suo complesso, in grado di agire in qualche maniera su noi stessi, mentre i realtà, a meno di far parte del 3-5 % della popolazione le cui opinioni condizionano veramente i decisori politici, si tratta soltanto di un gioco di finzione: ci identifichiamo con i nostri governanti quando siamo noi i governati» (D. Graeber, Bullshit job, trad. it. Garzanti, Milano, 2018, pp. 332- 333). Per quanto le tue parole – comunque poche e basiche – dedicate alla “pars costruens” siano a tratti toccanti – penso in particolare al finale: «[…] Si deve considerare la lotta come una modalità di essere nel mondo, qualcosa che avviene proprio per rinuncia ed elusione, quando il proprio lavoro è percepito come un danno al mondo condiviso e alla condizione di partecipazione. Rivendicare il diritto di non impegnarsi in pratiche distruttive, di non essere un oppressore e un carnefice, di non agire secondo norme e protocolli i cui obiettivi sono stati definiti per riprodurre quelle stesse strutture di cui si soffre a causa del regime capitalistico […]» (pag. 174) – non credo che siano da ricercare in esse le note migliori del tuo lavoro, benché proprio da alcuni motivi di questa conclusione partirei per parlarne. 


Il tuo desiderio di non fare il male al prossimo e di non subirlo che emerge dall’ultima pagina del libro, che ho appena citato, rimanda infatti a tutta una operazione di parresia che dall’inizio alla fine sembra pervaderlo. Di parresia tanto più coraggiosa in quanto parte da te, da una autocritica del tuo ruolo sociale e dell’ambiente nel quale ti muovi. Dopo tanti anni è come se le contraddizioni – che comunque non sono solo tue, ma di chiunque più o meno giovane di noi si ponga nell’ambito del lavoro artistico portandosi con sé una istanza di critica al sistema vigente – ti apparissero così palesi da non poter essere più intese come elementi laterali, contingenti superabili. Intuisci, in altri termini, che se «Negli anni, lavorando in maniera più o meno costante insieme ad una costellazione di figure che si occupano d’arte, ho preso parte a moltissime riunioni in cui si è discusso e ridiscusso sullo stato dei lavoratori e del lavoro artistico» e «Tutte queste riunioni mi davano l’impressione, e credo la dessero a tanti altri partecipanti, che il senso delle discussioni, a volte anche interessanti, non stesse nella risoluzione di un problema dato, ma della loro stessa circolarità», ci deve essere qualcosa di strutturale, di precipuo del nostro momento storico, e non può essere assolutamente imputabile alle capacità contingenti, più o meno scarse, dei tuoi interlocutori. Tu menzioni esperienze più recenti come W.A.G.E. e Jubilee, io posso ricordare di essere stato presente a riunioni di collettivi una decina di anni fa, che si verificavano a partire dalla spinta propulsiva delle rivolte arabe e degli indignados: una giornata di discussione in cerchio nello spazio allora sede della Galleria Artra di Milano dove ebbe inizio il percorso dei Lavoratori dell’arte che poi portò mesi dopo alla nascita di Macao, o un’altra giornata in cui il Museo Madre di Napoli – allora in un momento di gravissima crisi gestionale – fu occupato dal collettivo La Balena – legato però questo principalmente al teatro -, vicenda dalla quale di lì a poco scaturì l’esperienza dell’Ex-Asilo Filangieri. Nell’uno e nell’altro caso – premesso che non sono mai stato un assiduo frequentatore né di Macao, né dell’Ex-Asilo – direi che nella migliore delle ipotesi lo sbocco è stato una micro-utopia, ma mi sento di poter dire - con buone possibilità di non essere smentito - che le ambizioni di trasformazione radicale e generale del settore artistico-culturale che entrambi i collettivi si prefiggevano originariamente non siano andate in gran parte frustrate. Non si spiegherebbe del resto altrimenti la nascita di nuovi soggetti che ricordano quelli di allora, anche in Italia, come Art Workers Italia, ché il covid è solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo! 

                                             
                Striscione di Macao, Milano.

D’altra parte ritengo che le tue istanze siano mediamente più radicali di questi movimenti italiani, giacché la loro vocazione prettamente rivendicativa – parlo non solo di quello recente ma anche di quelli di un decennio fa – mi pare abbia sempre messo quanto meno in secondo piano aspetti più profondi che invece la tua riflessione lambisce. La richiesta di reddito e altri obiettivi affini finiscono infatti per lo più per porre quanto meno in secondo piano la terribile condizione di oppressione ed ingiustizia strutturale che permea il sistema dell’arte contemporaneo e non sempre lo ancora opportunamente a quella di tutto il sistema neoliberale nel suo insieme, di cui il sistema dell’arte è naturalmente parte ed anche paradigma, come ci ha insegnato più di ogni altro Paolo Virno (Cfr. P. Virno, Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee, DeriveApprodi, Roma, 2003). E Virno ci ha appunto – purtroppo – insegnato anche un’altra cosa, correggendo in questo la tesi negriano-harendtiana sulla moltitudine -, ovvero il suo carattere non rivoluzionario che abbiamo potuto costatare nei nostri amici e colleghi più prossimi, oltre che in noi stessi, e prima ancora di uscire dalla nostra bolla per scoprire quanto cognitariato sia sostanzialmente più prossimo alla sensibilità di +Europa o Italia Viva, del populismo sedicente anticasta, se non proprio talvolta dei cosiddetti sovranisti. Senza arrivare appunto a soggetti lontani dalle nostre idee e dal nostro piccolo mondo, benché a noi socialmente affini, verifichiamo questa impossibilità di essere «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» proprio nel nostro vivere quotidiano. In quelle riunioni che tu hai descritto in maniera così icastica, ma nell’altrettanto eloquente tua descrizione del “black mirror” che ci pervade, facendo apparire obsoleto tanto il panottico benthamiano quanto il Grande Fratello orwelliano. Del resto se “black mirror” è forse per ora ancora un serial, nell’altro emisfero del mondo il “red mirror” è già in una fase avanzata di sperimentazione e, come racconta Simone Pieranni, trova anche un amplissimo consenso in quanto il sistema dei crediti sociali pare sia reputato dalla maggioranza dei cinesi meno un male che un’opportunità per garantire la sicurezza (Cfr. S. Pieranni, Red Mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina, Laterza, Bari – Roma, 2020). Notizia di pochi giorni fa è poi il fatto che il modello cinese dei crediti sociali sembra già contagiare significativamente i regimi elettivi, sia pure con delle diversità corrispondenti appunto alla specificità del contesto e benché stiamo parlando ancora dell’Estremo Oriente. Alludo alla circostanza per cui tra pochi giorni a Singapore, in virtù della partnership tra il governo della città-Stato ed Apple, «Una camminata, una corsa in bicicletta, una nuotata. Ma anche una seduta di yoga, un pasto sano o una bella dormita», insomma ”vivere in maniera sana” «non garantirà solo benessere personale, fisico e mentale, ma anche un premio in denaro, fino a 300 dollari», alla faccia della buona e vecchia privacy (F. Santelli, Singapore, un premio in denaro per chi fa una vita sana, in “La Repubblica”, Roma 19 settembre 2020). 


Di questa tempra insomma probabilmente il mondo con il quale, volenti o nolenti, in un futuro prossimo ci dovremo confrontare e in una certa misura lo stiamo già facendo, senza dimenticare naturalmente tutte le emergenze ambientali che dai disastri dovuti all’innalzamento delle maree alle stesse pandemie – che non sono qualcosa di casuale, avulso, non determinato dai nostri modi di vita contemporanei, come ben si capisce leggendo il bestseller di David Quammen (Cfr. D. Quammen Spillover. L'evoluzione delle pandemie, 2012, trad. it. Adelphi, Milano, 2014) -, tutti fenomeni che non promettono d’altra parte che occasioni di ulteriore pervasività del “mirror”, qualunque colore gli si voglia attribuire. Tale condizione apre inoltre un forte punto di domanda circa la possibilità di poter parlare ancora di postfordismo, dubbio a mio parere già emerso con la crisi scoppiata nel 2007-2008, benché per motivi differenti. Quanto meno infatti sarebbe necessario parlare di una fase del post-fordismo nuova e assai distante, per molti versi, da quella “eroica” degli anni novanta. Una fase in cui tra l’altro l’aura utopica di quel tempo si volge sempre più nel suo contrario. Trovandoci a discutere di nomi da dare alle cose vorrei infine dire due parole sull’autodefinizione del tuo volume: «Una scrittura che ha la presunzione di aprire un dibattito sulla possibilità di fare art writing senza fare critica delle forme, leggendo l’arte come fosse una teoria critica e la teoria critica come fosse arte» (pag. 13). Non so se la locuzione che scegli è la più appropriata, forse si potrebbe trovare qualcosa di più collimante con la complessità di ciò che effettivamente compi. Ancora una volta devo premettere che la tua è una scelta coraggiosa tanto come critico-curatore quanto rispetto agli artisti e a tutti i soggetti del sistema dell’arte: si sa infatti che il mestiere di cui sopra è ormai in larghissima parte “promozionale” – e questa è una delle aporie nelle quali i gruppi di lavoratori dell’arte puntualmente inciampano, senza essere capaci di risolverla -, mentre la maggior parte degli artisti – e di tutti gli altri esponenti che intorno al sistema dell’arte ruotano – non lo intendono diversamente. Una scrittura sull’arte che non si muova in questa direzione pone pertanto già di per sé delle perplessità e talvolta delle vere e proprie incomprensioni ed idiosincrasie. Detto ciò descriverei il tuo volume come un insieme di piccoli itinerari (auto)critici che partono dai presupposti del “capitalismo artistico” e del lavoro come costruzione e gestione dell’immagine (reputazionale) - sulla scorta, prettamente, di Boltanski e Chiapello e dei teorici post-operaisti italiani – e non si servono di esempi artistici – prettamente cinema e videoarte, in conformità, credo, con i tuoi interessi di studio più tipici – se non appunto per rinforzare la teoria. L’uso dell’arte come teoria critica mi pare quindi prevalere sulla teoria critica come arte, e dal mio punto di vista ciò possiede anche un suo perché. 



David Graeber e Herbert Marcuse 

Buon cammino, caro Vincenzo! Libri del genere sono terapeutici tanto per chi li scrive quanto per chi li sa leggere, non malgrado ma proprio perché mettono di fronte alla realtà bruta! E non ti paia una diminutio la nozione di terapia! È quella che Herbert Marcuse riferiva alla filosofia! Marcuse? Sì, esatto! Io sono e voglio restare un po’ vintage!

                                                                                                                                           Stefano Taccone