sabato 24 dicembre 2022
L'ARTE SOCIALMENTE IMPEGNATA E LA SUA IMPASSE - A partire da un monumento antifascista di Nemanja Cvijanovic
martedì 13 luglio 2021
ARDITE APORIE - L’arte nello spazio pubblico in tempi di pandemia
Il testo costituisce il mio contributo ad Archivi e topografie immaginarie e Solo nel deserto, mostre collettiva degli allievi del corso di fotografia digitale tenuto da Robert Pettena presso l'Accademia di Belle Arti di Firenze. Inauguratesi il 18 giugno 2021 a Firenze, rispettivamente presso la PIA-Palazzina Indiano Arte e la Manifattura Tabacchi, la prima resterà aperta fino al 31 luglio, mentre la seconda ha chiuso il 10 luglio.
«A meno di non ricorrere a spazi sottovuoto», scrive la filosofa Donatella Di Cesare, «bisognerà vivere in un ambiente contaminato, infettato, avvelenato. L’integrità è un miraggio del passato. Per avere condizioni accettabili l’organismo deve votarsi a una veglia permanente, una sorveglianza insonne. Virus e batteri sono tra noi. Questi nuovi coinquilini aggressivi invadono anche l’intimità, insidiano l’antica dimora, dove tentano di stanziarsi. La società dell’igiene chiama a raccolta e l’immunità diventa un’ideologia. La cura di sé ossessiva e la medicalizzazione continua sono lo specchio della chiusura selettiva, del rifiuto convinto alla partecipazione, della conservazione caparbia. I sistemi immunitari sono i servizi di sicurezza specializzati nella protezione e nella difesa contro invisibili invasori, virus migranti che avanzano pretese di occupazione dello stesso spazio biologico. Il miraggio di immunità procede di pari passo con la globalizzazione». (1: D. Di Cesare, Virus sovrano? L’asfissia capitalistica, Bollati Boringhieri, Torino, 2020, pp. 86- 87).
Quando sono state scritte queste parole? Considerando che la prima edizione del volumetto dal quale sono tratte, Virus sovrano? L’asfissia capitalistica, è del giugno 2020, presumibilmente poco più di un anno fa. Nel frattempo c’è stata la “grande illusione” dell’estate, quando non pochi sostenevano che il virus se ne sarebbe andato da solo col caldo e non sarebbe più tornato – possibilità alla quale evidentemente la Di Cesare non ha mai creduto, al pari, fortunatamente, di tanti altri, compreso il sottoscritto -; quindi la seconda ondata – che in Italia e non solo è stata peggiore della prima – e poi ancora la terza – costantemente accompagnata però questa volta dalla vicenda dei vaccini, i quali da mesi, e tanto più nelle ore in cui scrivo, suscitano insieme speranza e timore. Lo scorrere dei mesi se da una parte non ha fatto che esasperare, sia sul piano psicologico-emotivo che su quello socio-economico, la situazione di tanti individui che invece avevano affrontato la prima ondata con maggiore serenità - nella convinzione che non si trattasse che di sforzarsi di vivere diversamente per un paio di mesi e cosa avrebbe mai potuto costituire un sacrificio del genere rispetto agli anni di guerra e privazioni con cui ebbero a che fare i nostri genitori e i nostri nonni? -, dall’altra pure pare aver ingenerato in non pochi soggetti un certo senso di adattamento.
Tang Xiaoyuan, Tunnel, 2021, stampa su PVC.
Lo si constata quando, in tempi di maggiore rilassatezza ed ottimismo, vengono poste domande circa il quali sarebbero le nuove prassi ed abitudini che, adottate durante la pandemia, potremmo continuare ad osservare in un mondo realmente e totalmente liberato dalla minaccia del SARS-CoV-2. Il primo punto in cima alla lista di politici, giornalisti, imprenditori, economisti e altri personaggi del mainstream sembra essere allora, senza troppe esitazioni, l’uso diffuso dei mezzi digitali, unito ad una particolare predilezione – bisogna aggiungere – a tirare in ballo il settore della scuola – una posizione peraltro che tende surrettiziamente ad una identificazione del tutto immotivata tra uso della tecnologia in ambito scolastico, che non si vede per quale motivo di per sé dovrebbe costituire un’alternativa alla frequenza in presenza al 100%, e didattica parzialmente a distanza. Se invece si sondano un po’ gli umori dei cittadini, l’impressione è che - tra l’altro – la prospettiva di abbandonare la mascherina susciti meno entusiasmo di quanto si possa credere e che anzi non pochi vi si siano quasi affezionati, tanto da dichiarare, non senza l’approvazione di alcuni virologi, immunologi, epidemiologi o, più semplicemente, di opinionisti, che d’ora in poi la porteranno per sempre. Le prime motivazioni addotte – ed è per questo che trovano il consenso di alcuni scienziati – sono naturalmente di carattere sanitario: dalla constatazione che l’uso della mascherina ha sensibilmente abbattuto i casi di influenze e raffreddori a quella per cui la mascherina proteggerebbe anche dallo smog e quindi dalla eventuale contrazione di altre malattie, come quelle tumorali. Dalla rivendicazione della libertà personale di indossare la mascherina anche in un contesto non pandemico, si passa poi abbastanza rapidamente ad osservare che - sempre in un ipotetico mondo senza più Covid -, la mascherina, almeno durante i mesi più freddi e nei luoghi chiusi, costituirebbe comunque una opportuna forma di rispetto nei confronti del prossimo, con tanto di domanda retorica del tipo: «Ma in definitiva è poi così fastidioso tenersi una mascherina?». Non mancano inoltre raffronti con i cinesi e i giapponesi, presso i quali, essendo guarda caso i popoli più civili – si dice –, l’abitudine di portare la mascherina vige da tempo (2: Il mio discorso sul favore con il quale una percentuale – non sappiamo quanto consistente – di individui vede l’uso delle mascherine anche dopo la pandemia si basa su dibattiti televisivi, su opinioni rinvenute attraverso vari socialnetwork e su conversazioni private, ma, qualora qualcuno nutrisse dubbi circa l’esistenza di certi orientamenti cfr. almeno. V. Aiello, Perché le mascherine potrebbero diventare “stagionali” dopo la pandemia di Covid, in “fangae.it”, Napoli, 10 maggio 2021, https://scienze.fanpage.it/perche-le-mascherine-potrebbero-diventare-stagionali-dopola-pandemia-di-covid/)
Cao Zhihao, I testicoli di David sono stati finalmente appesi sotto il Ponte Vecchio, 2021, performance.
Alle motivazioni sanitarie – discutibili o meno che siano – se ne aggiungono però altre di carattere palesemente differente, definibili piuttosto psicologico-emotive, come si evince, ad esempio, da un’inchiesta di The Guardian condotta circa un mese fa, all’indomani della fine del divieto di portare la mascherina all’aperto negli USA per coloro che hanno completato il vaccino. Alcune persone hanno dichiarato infatti al giornale «che preferiscono semplicemente indossare le mascherine per il viso in pubblico e che ciò non ha nulla a che fare con l'essere pro-scienza o anti-scienza, liberale o conservatore. Tale scelta è invece motivata del fatto che esistono più fattori che possono ferirli rispetto ai virus, inclusa l'attenzione aggressiva o sgradita di altre persone, o addirittura qualsiasi attenzione». Ecco qualche testimonianza più specifica: «Aimee, una sceneggiatrice di 44 anni che vive a Los Angeles, ha affermato che indossare una mascherina in pubblico anche dopo essere stata vaccinata le dà una sorta di “libertà emotiva”. “Non voglio sentire la pressione del dover sorridere alle persone per assicurarmi che tutti sappiano che sono amichevole e simpatica”, ha detto. “È quasi come togliere di mezzo lo sguardo maschile. C'è libertà nel riprendersi quel potere”»; «Per Elizabeth, una docente di 46 anni che vive vicino ad Atlanta, in Georgia, la mascherina ha avuto successo laddove anni di terapia e farmaci nulla avevano potuto: tenere a freno la sua ansia sociale e permetterle di sentirsi a proprio agio mentre è fuori nel mondo»; «Hartley Miller, un tecnico di 33 anni di San Francisco, ha affermato che l'ultimo anno di continue conversazioni su Zoom con telecamera accesa ha seriamente esacerbato il suo dismorfismo corporeo […] “Mi limito a fissare quella piccola scatola con la mia faccia dentro e a smontare il mio aspetto”, ha detto, notando che la sua angoscia sta influenzando le sue prestazioni lavorative. “Il mio doppio mento sembra sei volte più grande, le mie borse sotto gli occhi sono di un viola troppo profondo ecc.”». (3: J. Carrie Wong, The people who want to keep masking: ‘It’s like an invisibility cloak’, in “The Guardian”, Londra, Monday 10 May 2021, https://www.theguardian.com/usnews/2021/may/10/the-people-who-want-to-keep-masking-its-like-an-invisibility-cloak).
Chiara Salvini, Isolotto, 2021, carta.
La tentazione è di incrociare le dichiarazioni di “fedeltà alla mascherina” per motivazioni legate alla necessità di preservare la salute fisica con quelle che abbiamo appena ascoltato, che invece sono chiaramente legate alla sfera della salute dell’anima, in maniera tale da leggere le prime come spesso e volentieri assimilabili a nient’altro che ad un mascheramento delle seconde. Di supporre, in altre parole, che influenze, raffreddori, smog etc. non siano che più o meno inconsce bugie onde nascondere i reali, ma meno facilmente confessabili, moventi legati a fobie sociali e disturbi affini. Comunque stiano le cose, è certo che oltre un anno di, pur necessaria, reiterata coazione alla protezione ed al distanziamento nei confronti dei nostri simili, di continua, benché fondata, percezione del pericolo in qualunque altro luogo che non sia la nostra dimora non può non averci trasformato nel profondo – chi più e chi meno e, tendenzialmente, in particolare le generazioni più giovani, gli adolescenti in formazione – e di conseguenza aver trasformato, almeno per il momento, il nostro quotidiano modo di relazionarci, e ciò varrebbe anche qualora come per magia ci ritrovassimo in un ideale ambiente “Covid-free”.
Tale scenario muta radicalmente anche i modi di pensare a tutte quelle forme di arte pubblica, partecipativa, relazionale etc. che, essendo significativamente emerse a partire dai primi anni Novanta, fornivano l’impressione, ormai da un bel po’ di tempo, di ripetere troppo spesso se stesse, non senza la complicità dei critici e dei curatori che pure le andavano presentando costantemente in termini assai stantii, come se fossero delle eterne novità, quando invece ormai l’effetto propulsore dell’uscita dagli spazi deputati e del coinvolgimento di nuovi pubblici pareva essersi per lo più consumato. Il merito di Robert Pettena e dei suoi studenti mi sembra pertanto individuabile nella caparbietà e nell’astuzia con la quale hanno cercato di introdursi negli interstizi della “vecchia socialità” rimasti accessibili – senza per questo fare a meno degli strumenti della “nuova” -, cercando di valorizzarli e goderne il più possibile, in un tempo in cui la cosa più semplice da fare sarebbe stata quella di rinchiudersi nei propri domicili ed accomodarsi davanti ad un dispositivo con connessione, attendendo che fuori cessasse la tempesta, sempre ammesso e non concesso che quel giorno sarebbe arrivato. In un momento in cui il terreno sembrava davvero mancare sotto i piedi, giacché i criteri attraverso i quali ci siamo più o meno fin dalla nascita relazionati con l’altro venivano meno, l’ostinazione di Robert e dei suoi ragazzi di cercare alternative non solo vietamente telematiche alla ricerca artistica, intesa peraltro come indagine sullo spazio sociale a trecentosessanta gradi, mi suscita una particolare simpatia e mi aiuta a continuare a credere in un futuro prossimo che – come spero tutti si augurano, ma non ne sono troppo sicuro – non sia fatto solo di social network e di serie tv, di compleanni festeggiati su piattaforme telematiche e di presentazioni di libri in streaming.
Stefano Taccone
venerdì 25 settembre 2020
LO SPECCHIO “ROSSO-NERO” CHE SI ACCINGE A STRITOLARCI - Lettera aperta a Vincenzo Estremo a partire dalla sua Teoria del lavoro reputazionale. Saggio sul capitalismo artistico
Caro Vincenzo, ho letto e riflettuto circa il tuo Teoria del lavoro reputazionale. Saggio sul capitalismo artistico (Milieu edizioni, Milano, 2020). La prima osservazione che mi viene in mente è che si tratta di un lavoro che, attraverso un investimento biografico-esperienziale-emotivo assai consistente per chi sa leggerlo più o meno tra le righe – cogliendo qua e là qualche piccolo riferimento: dal tuo lavoro come da operaio all’Indesit alla “battaglia di Napoli” del 2001 -, delinea un ritratto in cui numerosi soggetti della nostra generazione potrebbero ampiamente rispecchiarsi, rinvenendo la parabola della loro vita in questo primo ventennio circa di maturità. Una parabola, come tu stesso dici, basata inizialmente sul primato del credere – “Un altro mondo è possibile!”, ricordi? – e poi piano piano è come se gli orizzonti di reale trasformazione si fossero sempre più chiusi di fronte a noi, fino a trovarci davanti ad un muro apparentemente invalicabile. Tu provi, ostinatamente, ad aprire qualche spiraglio nell’epilogo – e fai bene – anche se non eri obbligato a mio modo di vedere. Su questo punto sono abbastanza d’accordo con il compianto David Graeber, il quale proprio in Bullshit job - che so essere stato uno stimolo importante per Teoria del lavoro reputazionale – così scrive: «Di solito non mi piace inserire raccomandazioni di pratiche politiche nei miei libri. Una prima ragione è che, in base alla mia esperienza, se un autore è critico riguardo all’ordinamento sociale esistente, i recensori replicano di fatto con la domanda: “Che cosa proponi di fare allora?”, cercando nel testo qualcosa che assomigli a un suggerimento di politiche e comportandosi poi come se tutto il libro ruotasse in sostanza attorno a quello. […] Un’ altra ragione per cui esito a suggerire politiche è che io diffido della loro stessa idea, poiché esse implicano la presenza di un gruppo di è di élite – in genere funzionari pubblici – che prende decisioni su una questione (“una politica”) e poi fa in modo di imporle a tutti gli altri. Spesso cadiamo in una trappola mentale quando discutiamo di argomenti del genere. Diciamo per esempio: “Che cosa faremo per il problema X?”, come se “noi” fossimo la società nel suo complesso, in grado di agire in qualche maniera su noi stessi, mentre i realtà, a meno di far parte del 3-5 % della popolazione le cui opinioni condizionano veramente i decisori politici, si tratta soltanto di un gioco di finzione: ci identifichiamo con i nostri governanti quando siamo noi i governati» (D. Graeber, Bullshit job, trad. it. Garzanti, Milano, 2018, pp. 332- 333). Per quanto le tue parole – comunque poche e basiche – dedicate alla “pars costruens” siano a tratti toccanti – penso in particolare al finale: «[…] Si deve considerare la lotta come una modalità di essere nel mondo, qualcosa che avviene proprio per rinuncia ed elusione, quando il proprio lavoro è percepito come un danno al mondo condiviso e alla condizione di partecipazione. Rivendicare il diritto di non impegnarsi in pratiche distruttive, di non essere un oppressore e un carnefice, di non agire secondo norme e protocolli i cui obiettivi sono stati definiti per riprodurre quelle stesse strutture di cui si soffre a causa del regime capitalistico […]» (pag. 174) – non credo che siano da ricercare in esse le note migliori del tuo lavoro, benché proprio da alcuni motivi di questa conclusione partirei per parlarne.
Il tuo desiderio di non fare il male al prossimo e di non subirlo che emerge dall’ultima pagina del libro, che ho appena citato, rimanda infatti a tutta una operazione di parresia che dall’inizio alla fine sembra pervaderlo. Di parresia tanto più coraggiosa in quanto parte da te, da una autocritica del tuo ruolo sociale e dell’ambiente nel quale ti muovi. Dopo tanti anni è come se le contraddizioni – che comunque non sono solo tue, ma di chiunque più o meno giovane di noi si ponga nell’ambito del lavoro artistico portandosi con sé una istanza di critica al sistema vigente – ti apparissero così palesi da non poter essere più intese come elementi laterali, contingenti superabili. Intuisci, in altri termini, che se «Negli anni, lavorando in maniera più o meno costante insieme ad una costellazione di figure che si occupano d’arte, ho preso parte a moltissime riunioni in cui si è discusso e ridiscusso sullo stato dei lavoratori e del lavoro artistico» e «Tutte queste riunioni mi davano l’impressione, e credo la dessero a tanti altri partecipanti, che il senso delle discussioni, a volte anche interessanti, non stesse nella risoluzione di un problema dato, ma della loro stessa circolarità», ci deve essere qualcosa di strutturale, di precipuo del nostro momento storico, e non può essere assolutamente imputabile alle capacità contingenti, più o meno scarse, dei tuoi interlocutori. Tu menzioni esperienze più recenti come W.A.G.E. e Jubilee, io posso ricordare di essere stato presente a riunioni di collettivi una decina di anni fa, che si verificavano a partire dalla spinta propulsiva delle rivolte arabe e degli indignados: una giornata di discussione in cerchio nello spazio allora sede della Galleria Artra di Milano dove ebbe inizio il percorso dei Lavoratori dell’arte che poi portò mesi dopo alla nascita di Macao, o un’altra giornata in cui il Museo Madre di Napoli – allora in un momento di gravissima crisi gestionale – fu occupato dal collettivo La Balena – legato però questo principalmente al teatro -, vicenda dalla quale di lì a poco scaturì l’esperienza dell’Ex-Asilo Filangieri. Nell’uno e nell’altro caso – premesso che non sono mai stato un assiduo frequentatore né di Macao, né dell’Ex-Asilo – direi che nella migliore delle ipotesi lo sbocco è stato una micro-utopia, ma mi sento di poter dire - con buone possibilità di non essere smentito - che le ambizioni di trasformazione radicale e generale del settore artistico-culturale che entrambi i collettivi si prefiggevano originariamente non siano andate in gran parte frustrate. Non si spiegherebbe del resto altrimenti la nascita di nuovi soggetti che ricordano quelli di allora, anche in Italia, come Art Workers Italia, ché il covid è solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo!

D’altra parte ritengo che le tue istanze siano mediamente più radicali di questi movimenti italiani, giacché la loro vocazione prettamente rivendicativa – parlo non solo di quello recente ma anche di quelli di un decennio fa – mi pare abbia sempre messo quanto meno in secondo piano aspetti più profondi che invece la tua riflessione lambisce. La richiesta di reddito e altri obiettivi affini finiscono infatti per lo più per porre quanto meno in secondo piano la terribile condizione di oppressione ed ingiustizia strutturale che permea il sistema dell’arte contemporaneo e non sempre lo ancora opportunamente a quella di tutto il sistema neoliberale nel suo insieme, di cui il sistema dell’arte è naturalmente parte ed anche paradigma, come ci ha insegnato più di ogni altro Paolo Virno (Cfr. P. Virno, Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee, DeriveApprodi, Roma, 2003). E Virno ci ha appunto – purtroppo – insegnato anche un’altra cosa, correggendo in questo la tesi negriano-harendtiana sulla moltitudine -, ovvero il suo carattere non rivoluzionario che abbiamo potuto costatare nei nostri amici e colleghi più prossimi, oltre che in noi stessi, e prima ancora di uscire dalla nostra bolla per scoprire quanto cognitariato sia sostanzialmente più prossimo alla sensibilità di +Europa o Italia Viva, del populismo sedicente anticasta, se non proprio talvolta dei cosiddetti sovranisti. Senza arrivare appunto a soggetti lontani dalle nostre idee e dal nostro piccolo mondo, benché a noi socialmente affini, verifichiamo questa impossibilità di essere «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» proprio nel nostro vivere quotidiano. In quelle riunioni che tu hai descritto in maniera così icastica, ma nell’altrettanto eloquente tua descrizione del “black mirror” che ci pervade, facendo apparire obsoleto tanto il panottico benthamiano quanto il Grande Fratello orwelliano. Del resto se “black mirror” è forse per ora ancora un serial, nell’altro emisfero del mondo il “red mirror” è già in una fase avanzata di sperimentazione e, come racconta Simone Pieranni, trova anche un amplissimo consenso in quanto il sistema dei crediti sociali pare sia reputato dalla maggioranza dei cinesi meno un male che un’opportunità per garantire la sicurezza (Cfr. S. Pieranni, Red Mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina, Laterza, Bari – Roma, 2020). Notizia di pochi giorni fa è poi il fatto che il modello cinese dei crediti sociali sembra già contagiare significativamente i regimi elettivi, sia pure con delle diversità corrispondenti appunto alla specificità del contesto e benché stiamo parlando ancora dell’Estremo Oriente. Alludo alla circostanza per cui tra pochi giorni a Singapore, in virtù della partnership tra il governo della città-Stato ed Apple, «Una camminata, una corsa in bicicletta, una nuotata. Ma anche una seduta di yoga, un pasto sano o una bella dormita», insomma ”vivere in maniera sana” «non garantirà solo benessere personale, fisico e mentale, ma anche un premio in denaro, fino a 300 dollari», alla faccia della buona e vecchia privacy (F. Santelli, Singapore, un premio in denaro per chi fa una vita sana, in “La Repubblica”, Roma 19 settembre 2020).
Di questa tempra insomma probabilmente il mondo con il quale, volenti o nolenti, in un futuro prossimo ci dovremo confrontare e in una certa misura lo stiamo già facendo, senza dimenticare naturalmente tutte le emergenze ambientali che dai disastri dovuti all’innalzamento delle maree alle stesse pandemie – che non sono qualcosa di casuale, avulso, non determinato dai nostri modi di vita contemporanei, come ben si capisce leggendo il bestseller di David Quammen (Cfr. D. Quammen Spillover. L'evoluzione delle pandemie, 2012, trad. it. Adelphi, Milano, 2014) -, tutti fenomeni che non promettono d’altra parte che occasioni di ulteriore pervasività del “mirror”, qualunque colore gli si voglia attribuire. Tale condizione apre inoltre un forte punto di domanda circa la possibilità di poter parlare ancora di postfordismo, dubbio a mio parere già emerso con la crisi scoppiata nel 2007-2008, benché per motivi differenti. Quanto meno infatti sarebbe necessario parlare di una fase del post-fordismo nuova e assai distante, per molti versi, da quella “eroica” degli anni novanta. Una fase in cui tra l’altro l’aura utopica di quel tempo si volge sempre più nel suo contrario. Trovandoci a discutere di nomi da dare alle cose vorrei infine dire due parole sull’autodefinizione del tuo volume: «Una scrittura che ha la presunzione di aprire un dibattito sulla possibilità di fare art writing senza fare critica delle forme, leggendo l’arte come fosse una teoria critica e la teoria critica come fosse arte» (pag. 13). Non so se la locuzione che scegli è la più appropriata, forse si potrebbe trovare qualcosa di più collimante con la complessità di ciò che effettivamente compi. Ancora una volta devo premettere che la tua è una scelta coraggiosa tanto come critico-curatore quanto rispetto agli artisti e a tutti i soggetti del sistema dell’arte: si sa infatti che il mestiere di cui sopra è ormai in larghissima parte “promozionale” – e questa è una delle aporie nelle quali i gruppi di lavoratori dell’arte puntualmente inciampano, senza essere capaci di risolverla -, mentre la maggior parte degli artisti – e di tutti gli altri esponenti che intorno al sistema dell’arte ruotano – non lo intendono diversamente. Una scrittura sull’arte che non si muova in questa direzione pone pertanto già di per sé delle perplessità e talvolta delle vere e proprie incomprensioni ed idiosincrasie. Detto ciò descriverei il tuo volume come un insieme di piccoli itinerari (auto)critici che partono dai presupposti del “capitalismo artistico” e del lavoro come costruzione e gestione dell’immagine (reputazionale) - sulla scorta, prettamente, di Boltanski e Chiapello e dei teorici post-operaisti italiani – e non si servono di esempi artistici – prettamente cinema e videoarte, in conformità, credo, con i tuoi interessi di studio più tipici – se non appunto per rinforzare la teoria. L’uso dell’arte come teoria critica mi pare quindi prevalere sulla teoria critica come arte, e dal mio punto di vista ciò possiede anche un suo perché.
Buon cammino, caro Vincenzo! Libri del genere sono terapeutici tanto per chi li scrive quanto per chi li sa leggere, non malgrado ma proprio perché mettono di fronte alla realtà bruta! E non ti paia una diminutio la nozione di terapia! È quella che Herbert Marcuse riferiva alla filosofia! Marcuse? Sì, esatto! Io sono e voglio restare un po’ vintage!
Stefano Taccone













