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venerdì 29 luglio 2022

L'IMPOSSIBILE ARCADIA - L'arte nello spazio pubblico alla coda della pandemia?

Il testo costituisce il mio contributo a Mind the Mapmostre collettiva degli allievi del corso di fotografia digitale tenuto da Robert Pettena presso l'Accademia di Belle Arti di Firenze, inauguratasi il 23 giugno 2022 presso la Manifattura Tabacchi di Firenze .
    
Firenze, come tutte le città italiane con un grande patrimonio storico-artistico - e si sa che il capoluogo della Toscana è forse la più emblematica in tal senso -, non è propriamente un centro dove un’arte declinata al presente può avere vita facile. Intendo dire che troppo è il peso degli Uffizi, dei Medici, del David, di Dante etc. perché Firenze possa essere guardata nel mondo e dal mondo con altri occhi. E ciò naturalmente costituisce delizia ma anche croce per i fiorentini autoctoni. Delizia perché nessuno mette in discussione il prestigio e la bellezza di tale monumentale patrimonio – senza considerare quanto l’economia cittadina e non solo sia strettamente dipendente dal turismo -, ma anche croce nel momento in cui esso diviene necessariamente una sorta di katechon, ma non ad una presunta apocalisse, bensì alla possibilità di produrre ed accogliere – anche – un’altra bellezza.



    È vero che Firenze è comunque ben più “autentica” di Venezia - che vive una condizione ormai drammatica per molti versi –, nel senso che a parte il centro storico persistono diversi quartieri non turistici dove i fiorentini possono vivere e muoversi senza soggiacere all’impressione di essere avvolti da un museo a cielo aperto. Tuttavia una diversa visione resta probabilmente una conquista.


        
Giuseppe Penone, Rovesciare gli occhi, 1970.

    «Rovesciare gli occhi» è l’invito un po’ – ma non troppo - enigmatico che Giuseppe Penone rivolge nel 1970 indossando delle lenti a contatto specchianti. Non troppo enigmatico perché in quell’opera, e in considerazione del tempo storico e della poetica di Penone, ho sempre visto una sorta di dichiarazione alquanto precoce del consumarsi dei paradigmi moderni occidentali, l’additare il transito, sia pure lentissimo, in un’epoca ove le menti e i cuori più sensibili avvertono che è necessario quanto meno rivedere l’idea di progresso se non si vuole conoscere un regresso. È l’epoca di un certo Pasolini, degli hippies, del consolidarsi dei movimenti ecologisti etc., di una spinta che, pur zigzagando e senza alcun nitore di linea e uniformità di forze, arriva fino ad oggi ed è destinata a continuare chissà ancora per quanto, benché ciò non significhi affatto che essa contribuirà a salvare la vita dell’uomo sulla Terra – con tutta l’ambiguità che quest’ultima impresa del resto comporta. Nel suo solco, infatti, oggi si trovano infatti a convivere il veganesimo radicale e le strategie di Greenwashing delle multinazionali ma anche dei “grandi” della politica internazionale. E da una situazione così magmatica, e talvolta rasentante persino punte di evidente schizofrenia, non è facile prevedere cosa potrà scaturire.


Parco delle Cascine, Firenze.

La stessa pandemia, con la trasformazione coatta di tutta una serie di abitudini – per quanto mentre scrivo la percezione è che, almeno da noi e sia pure a piccoli passi, il “nuovo galateo” sarà abbandonato -, è stata una occasione per rovesciare gli occhi e Robert Pettena, in quanto docente di Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze con una forte vocazione sperimentale, non poteva non coglierla, nella coscienza che per rivedere la città in cui opera ed insegna così clamorosamente deserta e immota come tra l’autunno del 2020 e l’inverno-primavera del 2021 presumibilmente passerà un bel po’ di tempo. Questo il presupposto dal quale è partito il corso dello scorso anno.



Duccio Franceschi, Boscolosco, 2022.


In considerazione del sia pur parziale “ritorno alla normalità” degli ultimi dodici mesi, il corso di quest’anno elegge invece un ambiente pure carico di storia, giacché il primo nucleo del Parco delle Cascine è costituito dalla tenuta delle Cascine dell'Isola, acquistata dal Duca Alessandro I de' Medici (1531-1537) e incrementata da Cosimo I (1537-1574) con l'acquisizione di altri terreni, tutti utilizzati a scopo agricolo e per la caccia, eppure sufficientemente decentrato rispetto ai grandi itinerari del turismo e dei traffici cittadini in generale per farsi territorio di interrogazioni pluridimensionali e plurilinguistiche, a partire dalla sua controversa identità di polmone verde e di riserva di biodiversità, ma anche di luogo di spaccio di droga, nonché già nel suo stesso essere un bosco capace di evocare tutto un immaginario ancestrale non alieno da timori e tremori. Quello che si manifesta peculiarmente in celebri fiabe come Cappuccetto Rosso o Biancaneve, per intenderci. Ce ne sarebbe abbastanza dunque per dare libero sfogo tanto a riflessioni di carattere sociale quanto a fantasie di evasione.

    
                 Duccio FranceschiBaccanale, 2022.

Nella direzione di una visione del bosco antiidilliaca va la “tuta mimetica” proposta da Duccio Franceschi, come il titolo stesso, Boscolosco, preannuncia. Egli insiste sul bosco come spazio franco della non legalità, lo pensa innanzi tutto come teatro di una tradizione che va dai riti orgiastici antichi ai rave post-moderni, e quale soluzione migliore dunque che vestirsi in maniera tale dal distinguersi il meno possibile dall’ambiente boschivo, portando impresso sul proprio abito i colori e le forme di esso? La domanda è retorica, ma anche no, giacché con l’altro suo abito, Baccanale, non fa che contraddire la logica mimetica del suo pendant. Riproducendo la visione al microscopio di alcune sostanze chimiche e stupefacenti e quindi denotante colori molto sgargianti – predominante violacea -, diviene vice versa l’espediente per una migliore visibilità finalizzata alla rivendicazione più spudorata del gesto di trasgressione.



Zhang WenzhengALLORA, AMICO, AMORE(o Il picnic notturno), 2022.


Il tratto notturno del bosco è anche il target di Zhang Wenzheng, ma persino il nero ha bisogno di un po’ di luce per scoprirsi inequivocabilmente come tale: da qui il proposito di illuminare il perverso cortocircuito droga-mucche attraverso piccole costruzioni di oggetti parimenti stranianti e conturbanti. Il suo progetto è un autentico rompicapo tra polarità che paiono scambiarsi i ruoli prima ancora che sia possibile metterle a fuoco. Gli africani dalla pelle scura sono gli agenti visibili del traffico di droga, eppure la “mano nera”, ovvero invisibile, è italiana e quindi bianca. I bovini come antichi produttori di cibi sani e “pacifici” ora si trasformano in inconsapevoli veicoli di cibi ben altrimenti “energetici”.



                        Elisa ScarnicchiaSnezee, 2022. Frame da video.

L’anelito verso un bosco come spazio della rigenerazione potrebbe essere, almeno nelle intenzioni iniziali, quello di Elisa Scarnicchia, ma i continui starnuti che turbano la visione del suo video Sneeze paiono ratificarne l’impossibilità. Saranno le allergie di stagione dovute alla “troppa” non antropicità del bosco oppure, vice versa, al nostro prolungato distacco da tutti gli altri elementi della natura che ci ha resi apparentemente più a nostro agio in un cubo di cemento? O non sarà piuttosto il fatto che quel bosco è tutt’altro che un’eterotopia rispetto alla civiltà ed anzi sovente nelle immagini vediamo come esso sia invaso dai segni, spesso macrosegni, della presenza umana, non di rado peraltro neanche particolarmente propri di una scena campestre – il cavalcavia con le automobili, i pali della luce… Non va poi tralasciato il surplus di inquietudine che uno starnuto anche virtuale, tanto più se ripetuto, provoca fatalmente nel prossimo in era post-Covid 19, al punto che lo spettatore – o almeno quelli che possiedono anche solo una piccola punta di ipocondria – ha quasi l’impulso automatico a schermarsi valentemente dalla potenziale aria infetta che quelle esplosioni respiratorie emettono.


Guercino, Et in Arcadia ego, 1618-1622
 
Tra artisti insomma che proprio nell’Arcadia non ci credono, come peraltro non ci credevano pienamente neanche i poeti dell’antichità, tanto è vero che la inventarono. Così come non ci credevano gli artisti visivi di epoche passate, anche preindustriali. Chi non ricorda, ad esempio, Et in Arcadia ego (1618-1622) del Guercino, ove i busti di due pastori sbucano dagli alberi di un bosco per scoprire un incongruo teschio adagiato su di un muricciolo che reca appunto il memento mori del titolo e rimangono naturalmente sgomenti?

Stefano Taccone


 


martedì 13 luglio 2021

ARDITE APORIE - L’arte nello spazio pubblico in tempi di pandemia

 Il testo costituisce il mio contributo ad Archivi e topografie immaginarie e  Solo nel deserto, mostre collettiva degli allievi del corso di fotografia digitale tenuto da Robert Pettena presso l'Accademia di Belle Arti di Firenze. Inauguratesi il 18 giugno 2021 a Firenze, rispettivamente presso la PIA-Palazzina Indiano Arte e la Manifattura Tabacchi, la prima resterà aperta fino al 31 luglio, mentre la seconda ha chiuso il 10 luglio.

«A meno di non ricorrere a spazi sottovuoto», scrive la filosofa Donatella Di Cesare, «bisognerà vivere in un ambiente contaminato, infettato, avvelenato. L’integrità è un miraggio del passato. Per avere condizioni accettabili l’organismo deve votarsi a una veglia permanente, una sorveglianza insonne. Virus e batteri sono tra noi. Questi nuovi coinquilini aggressivi invadono anche l’intimità, insidiano l’antica dimora, dove tentano di stanziarsi. La società dell’igiene chiama a raccolta e l’immunità diventa un’ideologia. La cura di sé ossessiva e la medicalizzazione continua sono lo specchio della chiusura selettiva, del rifiuto convinto alla partecipazione, della conservazione caparbia. I sistemi immunitari sono i servizi di sicurezza specializzati nella protezione e nella difesa contro invisibili invasori, virus migranti che avanzano pretese di occupazione dello stesso spazio biologico. Il miraggio di immunità procede di pari passo con la globalizzazione». (1: D. Di Cesare, Virus sovrano? L’asfissia capitalistica, Bollati Boringhieri, Torino, 2020, pp. 86- 87). 



Federico Niccolai, Isolotto Firenze (Google search), 2021.
 

Quando sono state scritte queste parole? Considerando che la prima edizione del volumetto dal quale sono tratte, Virus sovrano? L’asfissia capitalistica, è del giugno 2020, presumibilmente poco più di un anno fa. Nel frattempo c’è stata la “grande illusione” dell’estate, quando non pochi sostenevano che il virus se ne sarebbe andato da solo col caldo e non sarebbe più tornato – possibilità alla quale evidentemente la Di Cesare non ha mai creduto, al pari, fortunatamente, di tanti altri, compreso il sottoscritto -; quindi la seconda ondata – che in Italia e non solo è stata peggiore della prima – e poi ancora la terza – costantemente accompagnata però questa volta dalla vicenda dei vaccini, i quali da mesi, e tanto più nelle ore in cui scrivo, suscitano insieme speranza e timore. Lo scorrere dei mesi se da una parte non ha fatto che esasperare, sia sul piano psicologico-emotivo che su quello socio-economico, la situazione di tanti individui che invece avevano affrontato la prima ondata con maggiore serenità - nella convinzione che non si trattasse che di sforzarsi di vivere diversamente per un paio di mesi e cosa avrebbe mai potuto costituire un sacrificio del genere rispetto agli anni di guerra e privazioni con cui ebbero a che fare i nostri genitori e i nostri nonni? -, dall’altra pure pare aver ingenerato in non pochi soggetti un certo senso di adattamento. 

                        Tang Xiaoyuan, Tunnel, 2021, stampa su PVC.


Lo si constata quando, in tempi di maggiore rilassatezza ed ottimismo, vengono poste domande circa il quali sarebbero le nuove prassi ed abitudini che, adottate durante la pandemia, potremmo continuare ad osservare in un mondo realmente e totalmente liberato dalla minaccia del SARS-CoV-2. Il primo punto in cima alla lista di politici, giornalisti, imprenditori, economisti e altri personaggi del mainstream sembra essere allora, senza troppe esitazioni, l’uso diffuso dei mezzi digitali, unito ad una particolare predilezione – bisogna aggiungere – a tirare in ballo il settore della scuola – una posizione peraltro che tende surrettiziamente ad una identificazione del tutto immotivata tra uso della tecnologia in ambito scolastico, che non si vede per quale motivo di per sé dovrebbe costituire un’alternativa alla frequenza in presenza al 100%, e didattica parzialmente a distanza. Se invece si sondano un po’ gli umori dei cittadini, l’impressione è che - tra l’altro – la prospettiva di abbandonare la mascherina susciti meno entusiasmo di quanto si possa credere e che anzi non pochi vi si siano quasi affezionati, tanto da dichiarare, non senza l’approvazione di alcuni virologi, immunologi, epidemiologi o, più semplicemente, di opinionisti, che d’ora in poi la porteranno per sempre. Le prime motivazioni addotte – ed è per questo che trovano il consenso di alcuni scienziati – sono naturalmente di carattere sanitario: dalla constatazione che l’uso della mascherina ha sensibilmente abbattuto i casi di influenze e raffreddori a quella per cui la mascherina proteggerebbe anche dallo smog e quindi dalla eventuale contrazione di altre malattie, come quelle tumorali. Dalla rivendicazione della libertà personale di indossare la mascherina anche in un contesto non pandemico, si passa poi abbastanza rapidamente ad osservare che - sempre in un ipotetico mondo senza più Covid -, la mascherina, almeno durante i mesi più freddi e nei luoghi chiusi, costituirebbe comunque una opportuna forma di rispetto nei confronti del prossimo, con tanto di domanda retorica del tipo: «Ma in definitiva è poi così fastidioso tenersi una mascherina?». Non mancano inoltre raffronti con i cinesi e i giapponesi, presso i quali, essendo guarda caso i popoli più civili – si dice –, l’abitudine di portare la mascherina vige da tempo (2: Il mio discorso sul favore con il quale una percentuale – non sappiamo quanto consistente – di individui vede l’uso delle mascherine anche dopo la pandemia si basa su dibattiti televisivi, su opinioni rinvenute attraverso vari socialnetwork e su conversazioni private, ma, qualora qualcuno nutrisse dubbi circa l’esistenza di certi orientamenti cfr. almeno. V. Aiello, Perché le mascherine potrebbero diventare “stagionali” dopo la pandemia di Covid, in “fangae.it”, Napoli, 10 maggio 2021, https://scienze.fanpage.it/perche-le-mascherine-potrebbero-diventare-stagionali-dopola-pandemia-di-covid/)

     Cao Zhihao, I testicoli di David sono stati finalmente appesi sotto il Ponte Vecchio, 2021, performance. 


Alle motivazioni sanitarie – discutibili o meno che siano – se ne aggiungono però altre di carattere palesemente differente, definibili piuttosto psicologico-emotive, come si evince, ad esempio, da un’inchiesta di The Guardian condotta circa un mese fa, all’indomani della fine del divieto di portare la mascherina all’aperto negli USA per coloro che hanno completato il vaccino. Alcune persone hanno dichiarato infatti al giornale «che preferiscono semplicemente indossare le mascherine per il viso in pubblico e che ciò non ha nulla a che fare con l'essere pro-scienza o anti-scienza, liberale o conservatore. Tale scelta è invece motivata del fatto che esistono più fattori che possono ferirli rispetto ai virus, inclusa l'attenzione aggressiva o sgradita di altre persone, o addirittura qualsiasi attenzione». Ecco qualche testimonianza più specifica: «Aimee, una sceneggiatrice di 44 anni che vive a Los Angeles, ha affermato che indossare una mascherina in pubblico anche dopo essere stata vaccinata le dà una sorta di “libertà emotiva”. “Non voglio sentire la pressione del dover sorridere alle persone per assicurarmi che tutti sappiano che sono amichevole e simpatica”, ha detto. “È quasi come togliere di mezzo lo sguardo maschile. C'è libertà nel riprendersi quel potere”»; «Per Elizabeth, una docente di 46 anni che vive vicino ad Atlanta, in Georgia, la mascherina ha avuto successo laddove anni di terapia e farmaci nulla avevano potuto: tenere a freno la sua ansia sociale e permetterle di sentirsi a proprio agio mentre è fuori nel mondo»; «Hartley Miller, un tecnico di 33 anni di San Francisco, ha affermato che l'ultimo anno di continue conversazioni su Zoom con telecamera accesa ha seriamente esacerbato il suo dismorfismo corporeo […] “Mi limito a fissare quella piccola scatola con la mia faccia dentro e a smontare il mio aspetto”, ha detto, notando che la sua angoscia sta influenzando le sue prestazioni lavorative. “Il mio doppio mento sembra sei volte più grande, le mie borse sotto gli occhi sono di un viola troppo profondo ecc.”». (3: J. Carrie Wong, The people who want to keep masking: ‘It’s like an invisibility cloak’, in “The Guardian”, Londra, Monday 10 May 2021, https://www.theguardian.com/usnews/2021/may/10/the-people-who-want-to-keep-masking-its-like-an-invisibility-cloak).

                                                       Chiara Salvini, Isolotto, 2021, carta.

 

La tentazione è di incrociare le dichiarazioni di “fedeltà alla mascherina” per motivazioni legate alla necessità di preservare la salute fisica con quelle che abbiamo appena ascoltato, che invece sono chiaramente legate alla sfera della salute dell’anima, in maniera tale da leggere le prime come spesso e volentieri assimilabili a nient’altro che ad un mascheramento delle seconde. Di supporre, in altre parole, che influenze, raffreddori, smog etc. non siano che più o meno inconsce bugie onde nascondere i reali, ma meno facilmente confessabili, moventi legati a fobie sociali e disturbi affini. Comunque stiano le cose, è certo che oltre un anno di, pur necessaria, reiterata coazione alla protezione ed al distanziamento nei confronti dei nostri simili, di continua, benché fondata, percezione del pericolo in qualunque altro luogo che non sia la nostra dimora non può non averci trasformato nel profondo – chi più e chi meno e, tendenzialmente, in particolare le generazioni più giovani, gli adolescenti in formazione – e di conseguenza aver trasformato, almeno per il momento, il nostro quotidiano modo di relazionarci, e ciò varrebbe anche qualora come per magia ci ritrovassimo in un ideale ambiente “Covid-free”. 


                       Davide Vaccaro, Orizzonte di attesa, 2021, tavolo di legno, terracotta, piante.

Tale scenario muta radicalmente anche i modi di pensare a tutte quelle forme di arte pubblica, partecipativa, relazionale etc. che, essendo significativamente emerse a partire dai primi anni Novanta, fornivano l’impressione, ormai da un bel po’ di tempo, di ripetere troppo spesso se stesse, non senza la complicità dei critici e dei curatori che pure le andavano presentando costantemente in termini assai stantii, come se fossero delle eterne novità, quando invece ormai l’effetto propulsore dell’uscita dagli spazi deputati e del coinvolgimento di nuovi pubblici pareva essersi per lo più consumato. Il merito di Robert Pettena e dei suoi studenti mi sembra pertanto individuabile nella caparbietà e nell’astuzia con la quale hanno cercato di introdursi negli interstizi della “vecchia socialità” rimasti accessibili – senza per questo fare a meno degli strumenti della “nuova” -, cercando di valorizzarli e goderne il più possibile, in un tempo in cui la cosa più semplice da fare sarebbe stata quella di rinchiudersi nei propri domicili ed accomodarsi davanti ad un dispositivo con connessione, attendendo che fuori cessasse la tempesta, sempre ammesso e non concesso che quel giorno sarebbe arrivato. In un momento in cui il terreno sembrava davvero mancare sotto i piedi, giacché i criteri attraverso i quali ci siamo più o meno fin dalla nascita relazionati con l’altro venivano meno, l’ostinazione di Robert e dei suoi ragazzi di cercare alternative non solo vietamente telematiche alla ricerca artistica, intesa peraltro come indagine sullo spazio sociale a trecentosessanta gradi, mi suscita una particolare simpatia e mi aiuta a continuare a credere in un futuro prossimo che – come spero tutti si augurano, ma non ne sono troppo sicuro – non sia fatto solo di social network e di serie tv, di compleanni festeggiati su piattaforme telematiche e di presentazioni di libri in streaming. 

                                                                                                                                              Stefano Taccone