domenica 19 luglio 2020

DIECI ANNI DI "HANS HAACKE IL CONTESTO POLITICO COME MATERIALE" - Che dire ancora?

Nel luglio del 2010 - un tempo in cui l’estate era relativamente più “estate” di oggi – sia per il clima meno ballerino che per il fatto che già in quel mese si respirava molta più aria di “vacanza” in quanto sospensione delle attività ordinarie rispetto ad ora – usciva Hans Haacke. Il contesto politico come materiale (Plectica, Salerno, 2010) – la prima monografia sia per quanto riguarda me come autore sia per quanto riguarda Haacke in Italia -, prefata da Stefania Zuliani che mi aveva fortemente incoraggiato nell’impresa della pubblicazione, a sua volta derivante dalla mia tesi di laurea di quattro anni prima di cui ella esta stata relatrice (2006). A monte di tutto c’era in me uno zelo quasi missionario, sia perché ritenevo il lavoro di Haacke importantissimo sul piano della coerenza dell’incontro tra un linguaggio post-duchampiano e una attitudine di critica strutturale al capitalismo che partiva dal particolare dell’ambito artistico-culturale per poi allargarsi al generale dell’onnipervasività della ragione economica, sia perché ritenevo che tutto ciò fosse troppo troppo sconosciuto in Italia, e se nessuno faceva nulla per invertire quella tendenza non c’era che da rimboccarsi le maniche e agire in prima persona. In verità proprio quell’estate Haacke fu visiting professor del corso della Fondazione Ratti di Como, evento che mi permise finalmente di incontrarlo – benché dialogare con lui “in presenza” non fu impresa facile per svariati motivi – ed anche probabilmente in parte di colmare quella lacuna italiana che tanto mi affliggeva. 



Di ricordi e riflessioni più personali ne avrei tanti, ma non mi preme qui parlare ulteriormente in questa chiave. I piccoli accenni di cui sopra bastano ed avanzano. Quello che credo sia urgente domandarsi è cosa è cambiato in dieci anni rispetto all’opera di Haacke, e non mi riferisco tanto a quello che l’artista tedesco realizza nell’ultimo decennio. Piuttosto alludo alla percezione che può avere di tutta la sua opera un uomo del 2010 rispetto a un uomo del 2020, tenendo conto di quelli che sono stati gli enormi cambiamenti sul piano della comunicazione e delle relazioni cui questi dieci anni conducono, benché essi siano già più che in nuce all’epoca. 



Le opere della maturità di Haacke – alludo a quegli esatti trent’anni che idealmente si aprono con MoMA Pool (1970) e si chiudono con DER BEVÖLKERUNG e Sanitation (2000) – sono generalmente di una forza e di una complessità incredibile. Molto è stato scritto sugli strumenti attraverso i quali egli compie formidabilmente il suo lavoro di scavo e di nuova epifania – dal sottoscritto, ma tanto più da numerosi critici e studiosi in genere ben più eloquenti ed autorevoli di me: su tutti forse nessuno come Benjamin Buchloh (1 Cfr. B. Buchloh, Hans Haacke Memory and Instrumental Reason, in “Art in America”. New York, 1988) e Pierre Bourdieu (2 Cfr. P. Bourdieu, H. Haacke, Libre-Echange, Editions Seuil, Paris, 1994). Dunque non mi soffermo troppo. Basti osservare che la sua arma più potente è, da una parte, nell’accuratissimo studio di ogni aspetto di carattere storico, sociale, economico, ma anche linguistico-comunicazionale di quello che egli è solito denominare il “contesto” e poi di volgerlo da materiale grezzo in materiale plasmato. Quest’ultimo passaggio ha come fine quello di rendere evidenti, attraverso lo svelamento e poi la giustapposizione di fattori normalmente in ombra e considerati avulsi, non dipendenti, connessioni in grado di provocare stridenti cortocircuiti nel riguardante che o si sente attaccato – come molte delle multinazionali, delle banche e dei politici che divengono creta nelle sue mani – o si sente gratificato in una presa di coscienza che accende nel suo cuore il desiderio di cambiamento e la sensazione che esso sia a portata di mano – come accadeva a me e, ne sono sicuro, a tanti altri come me. 


Hans Haacke, A Breed Apart (part.), 1979.

Questo modo di funzionare delle opere mature di Haacke pur avendo una sua specificità non ha nulla di indipendente non solo dalla tradizione più propriamente artistica delle avanguardie - John Heartfield è giustamente il precursore più accreditato -, ma io credo sia necessario più latamente ricondurlo ad una linea controculturale e controinformativa che trova il suo apogeo intorno al Sessantotto – nei tanti scritti su Haacke non ricordo mai di aver trovato alcun tentativo di ricondurre le sue strategie al détournement situazionista -, ma che anche nei decenni successivi ha un suo spazio, benché sempre più eroso – e tanto più nell’ultimo decennio, come cercherò di chiarire tra poco. Una linea che confina con Haacke più di quanto l’artista appartenga ad essa, dato che la sua operazione è appunto liminare: porsi nel mainstream – gli spazi “alternativi” non sono mai invisi ad Haacke, eppure non sono la sua corsia preferenziale, neanche in giovane età – ma andandolo a perturbare con attitudini non sempre per esso accettabili. 


Hans Haacke, Taking Stock (unfinished), 1983-1984.


Il depotenziamento delle opere mature di Haacke – aspetto che dieci anni fa vedevo poco e niente ma ora mi sembra palese – agli occhi di noi uomini del 2020 ha a che fare purtroppo con la preveggenza delle teorie del suo antico “nemico” Jean Baudrillard, col quale l’artista tedesco intrattiene una polemica, specie negli anni ottanta, quando gli dedica anche un’opera satirica. Haacke non sopporta le teorie della derealizzazione baudrillardiane che tanto vanno di moda negli anni ottanta perché gli paiono sottilmente conservatrici, capaci, in ultima istanza, di condurre alla acquiescenza. Ad Haacke dà ai nervi l’atteggiamento di chi – come Baudrillard – sembra considerare una specie di Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento chi invece si oppone all’oppressione del potere che ritiene assolutamente reale. Non è tanto importante ora stabilire se Baudrillard sia stato un conservatore o no e cose del genere, quanto riconoscere in che misura il suo discorso – come e più che nei decenni “eroici” della sua teoria – parli del nostro presente, ove non solo paiono fuori gioco le strategie dell’Haacke maturo, ma è proprio la stessa controcultura-controinformazione a vivere una agonia più profonda che mai. 


Hans Haacke, Baudrichard’s Ecstasy, 1988.


Quando Baudrillard scrive La sparizione dell’arte è ancora il 1988 (3 Cfr. J. Baudrillard, La sparizione dell'arte, Politi editore, Milano, 1988. Nuova ed. Abscondita, Milano, 2012) e, considerando i motivi per i quali secondo il filosofo francese l’arte sparisce, ovvero la sovrapproduzione di immagini artificiali che ormai caratterizza i paesi del capitalismo tecnologicamente avanzato, tutto appare ancora più clamorosamente precoce. Baudrillard scrive quando gli agenti di questa sovrapproduzione di immagini nella vita dell’uomo medio non possono essere ancora altro che la televisione, il cinema, la macchina fotografica e tutt’al più computer che oggi sono pezzi di modernariato. La tecnologia come dimensione in cui il produttore-trasmettitore è l’uomo medio rasenta la fantascienza. Baudrillard scompare nel 2007 e dunque può incrociare in seguito molto più di quello che era il suo orizzonte effettivo di fine anni ottanta, eppure ancora molto meno di quello che contempliamo oggi. Se, in altre parole, oltre trent’anni fa la sovrapproduzione di immagini ha già fatto giustizia dell’arte, cosa potrebbe dire oggi – tanto più dopo il giro di vite che la pandemia permette alla comunicazione elettronica - nell’era dei video su Youtube e delle conferenze su Zoom, delle dirette su Facebook e delle foto su Instagram? 


Hans Haacke, Helmsboro Country, 1990


Per quanto esista un uso qualitativamente sostenuto di tutto ciò, è sotto gli occhi di tutti più che mai – l’emersione ed il successo di partiti, movimenti e tendenze cosiddette populiste non è che un effetto che lo testimonia – quanto la scommessa benjaminiana di una politicizzazione dell’estetica che ha ragione sulla estetizzazione della politica sia definitivamente persa. Si ponga mente al terreno guadagnato dal complottismo, dalle fake news e da tutto quell’universo fatto di posticcia – benché a volte in buona fede e non sempre e per forza assolutamente lontana dal sollevare problemi concreti, per quanto spesso mal posti e peggio affrontati – opposizione al “sistema” infarcita di istanze contraddittorie, alimentate dal sentito dire (sui social) e spesso venate di pulsioni che poco hanno a che vedere con la democrazia e l’uguaglianza. Tutto questo mondo che fino a qualche decennio fa esiste forse più come bozzolo che alla luce del sole, che viene per lo più grossolanamente scambiato come ultimo colpo di coda di morenti nostalgie da ventennio, che vive comunque in sordina un po’ perché non esiste la rete di oggi e un po’ perché prova ancora pudore di ciò che nel profondo sente di essere, viene fuori in maniera progressiva ma prorompente almeno da un quindicennio a questa parte e mette in un angolo la linea della controcultura e della controinformazione in virtù di almeno due correlati ma distinti fenomeni. Innanzi tutto il senso comune comincia a confondere pericolosamente tale linea con la (sotto)cultura della fake news, e peraltro in parte casi di ibridazione tra la prima e la seconda sono facilmente verificabili. Inoltre una falsa controcultura-controinformazione – che parla di extraterresti, scie chimiche e quant’altro – non può non finire per conferire nuovo, sproporzionato credito al mainstream che è comunque espressione dei poteri dominanti, per quanto naturalmente si debba sempre stare a debita distanza da ogni meccanicismo e sarebbe oltremodo naive – tipico dei complottisti appunto - pensare che il mainstream è la menzogna e l’ingiustizia tout court e come tale va rigettato in blocco. (4 Cfr. N. Chomsky, E. S. Herman, Manufacturing Consent: the Political Economy of the Mass Media, 1988, trad. it. La fabbrica del consenso, Marco Tropea Editore, Milano, 1998).


Hans Haacke, DER BEVÖLKERUNG, 2000.

Le pletore di foto-testi e video in cui, specie nell’infosfera, inciampiamo quotidianamente, tanto più di successo se di breve ed immediata fruizione, se fondati su un lessico ridotto ed un messaggio univoco, appaiono così oggi come le versioni appiattite, ipersemplificate e standardizzate delle opere del “trentennio glorioso” (1970-2000) di Haacke, producendo naturalmente una ricaduta negativa su queste ultime stesse. Il metodo Haacke appare attualmente inservibile perché quella che è un tempo è lo spazio della voce davvero fuori dal coro oggi è talmente affollato di pseduo-critici della società da far nascere il  dubbio “para-complottista” che il complottismo sia una creatura dello stesso mainstream onde riguadagnare la credibilità perduta attraverso il lancio di nemici talmente ripugnanti da far rimpiangere la cultura e l’informazione ufficiali – e pensare che questo in una certa misura sia vero non è complottismo, giacché non si può essere ingenui pur di non essere complottisti. Tra le molteplici impasse in cui si trova così oggi più che mai il pensiero critico – ammesso che della sua esistenza si possa ancora parlare – vi è dunque una censura che non agisce più – o solo - con i metodi polizieschi tradizionali e neanche più – o solo – con la polizia delle leggi dell’economia – per cui se tu critichi il sistema ti oscura o comunque non ti finanzia facendo leva sul fatto che la visibilità è l’effetto del potere. Essa funziona al contrario come stimolo a far parlare tutti – si vedano i social –, ad una inebriante esaltazione delle facoltà di esprimersi, parlare, giudicare credendosi dotati di un potere comunicazionale sproporzionato rispetto alle proprie capacità – viene in mente l’espressione baudrillardiana “estasi della comunicazione” dalla quale peraltro Haacke procede per la sua opera satirica ed ancora una volta il francese appare nelle sue facoltà premonitrici. La piccola potenza impotente dei molti è però anche la potenza dei signori dello status quo che si giova della valvola di sfogo data da canali di facile (micro)autopromozione e, d’altra parte, questi, malgrado la babelica apparenza del “dibattito elettronico”, sono anche capaci di orientarlo significativamente, per cui nei fatti molti sono i “parlanti parlati” e pochi i “parlanti parlanti”. 


Veduta parziale della mostra personale The State of Union di Hans Haacke, Paula Cooper Gallery, New York, 2005.

A tutto ciò si aggiunge la caduta qualitativa che le stesse opere dell’Haacke tardo – che chiamo così in contrapposizione all’Haacke maturo – subisce evidentemente, della quale pure ero concio fin dal volume del 2010, ma che preferivo tenere un po’ in sordina, pur senza dissimulare. Difficile così non riconoscere la sostanziale fiacchezza di buona parte delle opere di Haacke degli ultimi vent’anni circa, un periodo che farei partire convenzionalmente con l’operazione Poster project commemoring 9/11 (2001-2002) che l’artista tedesco conduce insieme a Creative Time. Da allora in poi trovo siano poche le opere di Haacke realmente dotate di un qualche vigore. Tra esse senz’altro il monumento a Rosa Luxemburg (2006). Difficile però apprezzare più di tanto le opere della sua personale presso Paola Cooper del 2005, The State of Union (2005), e ciò malgrado le lodevoli intenzioni di attaccare le politiche militari aggressive della amministrazione Bush jr. Non particolarmente esaltante si dimostra neanche la sua mostra presso l’ex chiesa di San Francesco della Fondazione Ratti di Como – che resta la sua prima ed unica personale italiana - , compreso l’intervento site specific Once Upon a Time. Forse solo lo scheletrico monumento equestre del Fourth Plinth di Trafalgar Square (2015), Gift Horse, malgrado le recenti ironie di Francesco Bonami (5 Cfr. F. Bonami, Non scappate dall’arte politica, in “La Repubblica”, Roma, 27 dicembre 2019) – ma Haacke potrebbe considerarle una medaglia, esattamente come a suo tempo accoglie gli attacchi dell’ormai trapassato critico d’arte tradizionalista Hilton Kramer, direttore della rivista The New Criterion, finanziata da esponenti del Partito Repubblicano statunitense, ovvero come una medaglia. In questo “anti-monumento equestre” l’artista tedesco sembra infatti tornare alla complessità dello scavo delle fonti degli anni migliori, assesta un colpo deciso contro gli avversari di sempre – in particolare dai tempi della crisi del 2008 Haacke ironizza non solo sulla narrazione neoliberista, ma proprio sul liberismo classico, alludendo esplicitamente ad Adam Smith, e la sua presunta “mano invisibile” -, ma nello stesso tempo lascia uno spazio di apertura interpretativa che – a parte l’uso patetico che ne fa l’allora sindaco di Londra Boris Johnson – sembra garantirgli quella congrua distanza dalla falsa controcultura e controinformazione troppo assertiva e semplificata dei nostri giorni. Non che le opere di Haacke in passato siano state sempre e al 100 % monosemiche, ma qui mi pare di scorgere un sano surplus di inquietante mistero che tenderei a considerare relativamente inedito (6 M. Weaver, Fourth plinth: politically provocative Gift Horse is unveiled in London, in “The Guardian”, London, Tuesday, 5 March 2015. https://www.theguardian.com/artanddesign/2015/mar/05/fourth-plinth-provocativeartwork-gift-horse-hans-haacke-unveiled-in-london).


Hans Haacke, Gift Horse, 2015.

 Un’ultima considerazione non può infine non riguardare il rapporto di Haacke con i musei, ché la sua stessa identità di artista è inevitabilmente segnata innanzi tutto dal rapporto burrascoso con essi – l’ “ammonizione” del MoMA nel 1970, l’ “espulsione” del Guggenheim del 1971, la “guerra di carta” e non solo di carta ingaggiata con il Wallraf-Richartz Museum di Colonia nel 1974… La conflittualità non ha nulla di simulato, come troppo spesso avviene oggi: basti pensare che dopo lo scandalo del Guggenheim Haacke non tiene più alcuna personale in un museo statunitense per quindici anni - fino a quella del New Museum of Contemporary Art di New York (1986) – e nessun museo statunitense acquista più una sua opera per dodici anni, quando The Right of Life (1979) è acquistata dall’Allen Memorial Art Museum dell’Oberlin College in Ohio (1983). Sarebbe a dir poco miracolistico attribuire tutto ciò al caso piuttosto che ad un deliberato, generale ostracismo, se si considera che, qualora la mostra del 1971 al Guggenheim avesse luogo, Haacke, trentacinquenne, sarebbe uno dei primissimi artisti della sua generazione a ricevere un tale riconoscimento. Qual è la fortuna museale dell’Haacke dell’ultimo decennio, invece? Considerando la retrospettiva al Museo Reina Sofia di Madrid (2012), quella recentissima ancora del New Museum di New York (2019-2020), ma anche la retrospettive che di fatto gli dedica la Biennale di Venezia del 2015, nonché l’importante spazio dedicatogli dalla Documenta di Kassel del 2017, possiamo dire che il suo rapporto con le istituzioni non è stato forse mai così roseo, benché ancora resti lontanissimo – e si prevede che lo resterà – dall’onnipresenza istituzionale del collega e un tempo compagno di battaglie Daniel Buren, il quale, tra l’altro – a differenza di Haacke – consuma la sua riconciliazione col Guggenheim quindici anni fa (2015). 


Hans Haacke, Wir (alle) sind das Volk-We (all) are the people, 2003-2017. 


Il fenomeno Haacke ha dunque da tempo – malgrado qualche opera ancora degna – sostanzialmente esaurito la sua propulsione eccedente. Non è né presso di lui né intorno alle sue strategie – salvo che vengano profondamente reinventate – che si può pensare ad un controdiscorso politico e sociale dell’arte nel futuro prossimo, ammesso che sia ancora possibile. Tuttavia la sua testimonianza, il suo coraggio, la sua voce per lungo tempo nel panorama del sistema dell’arte e non solo scardinano certezze e normalità, accarezzando le ferite stridenti di tutti coloro che – malgrado le contraddizioni ed i compromessi cui nessuno può dirsi sempre e totalmente estraneo - non venderanno mai l’anima alla corruzione del mondo, ma crederanno sempre nella possibilità di non essere strumento totalmente passivo della perversa macchina del capitale. 

Stefano Taccone

mercoledì 3 giugno 2020

QUANDO IL RISCHIO SI FA CONCRETEZZA - "La società del rischio" prima e dopo Codogno

(Il testo costituisce il mio contributo alla mostra collettiva La società del rischio, curata da Patrizia Bonardi in collaborazione con l'associazione artists.sociologists ed  allestita presso il BACS di Leffe - Bergamo - dal 7 dicembre 2019 al 20 agosto 2020. In mostra opere degli artisti Valentina Biasetti, Patrizia Bonardi, Enzo Calibè, Ciro Ciliberti, Franco Cipriano, Carla Crosio, Antonio Davide, Francesca Lolli, Daniela Di Maro, Francesca Marconi, Renata Petti, Elena Radovix).

Il 2019 è stato l’anno del green. Mai come in quei dodici mesi infatti probabilmente si è parlato di emergenze ecologiche - in particolare cambiamenti del clima, scioglimento dei ghiacciai e possibilità di inondazioni -, ma è anche apparso più che mai evidente tutto il grado di cattura spettacolare che il “discorso verde” ha subito. Così, accanto a pensieri e paure più o meno sotterranei, si è scatenata tutta una pletora di tossiche chiacchiere sloganistiche provenienti dai vari attori dello spettacolo contemporaneo dalla politica sedicente progressista alle aziende sedicenti illuminate; dagli eventi culturali a quelli sportivi, tutti venduti come irreprensibili modelli di “sostenibilità”. Così dalle Olimpiadi Invernali 2026, strombazzate come giochi che si sarebbero svolti quanto mai all’insegna del rispetto dell’ambiente, ma che Milano si è aggiudicata seguendo in diretta la cerimonia di assegnazione con assai poco sostenibili maxischermi – è proprio il caso di esclamare “Cominciamo bene!” – al neosegretario del maggior partito italiano dell’area della sinistra riformista che dedica la sua elezione a Greta Thunberg e poi come primo atto dopo il suo insediamento va a visitare il cantiere della TAV in Val di Susa, il green come foglia di fico per continuare a perpetuare di fatto le logiche predatorie del capitalismo ha di fatto messo nell’angolo i pur interessanti – ma quanto meno ambigui – fermenti del nuovo movimento ambientalista nascente. 


Daniela Di Maro, Il petrolio è finito, 2018, installazione luminosa.


Il 2020 si apriva in sostanziale continuità con tutto ciò. Si prevedeva infatti una impennata sempre meno sostenibile di retorica sulla “economia sostenibile”, mentre la prospettiva della catastrofe futura pareva tutto sommato ancora troppo lontana per fare paura davvero, così come appariva lontano il coronavirus, relegato nel “lontano oriente”. Fatti della Cina! Cosa anche buona del resto, così l’Occidente si toglie finalmente di mezzo un “competitor” che ci da filo da torcere da oltre un decennio, pensava qualcuno. Cosa hanno cambiato nella nostra vita quotidiana la sars, la mers o altre epidemie dell’ultimo ventennio? Hanno solo riempito le pagine di qualche giornale e alimentato gli incubi di qualche ipocondriaco, ma nulla più. Magari abbiamo preso spunto per fare qualche battuta divertente, intentare qualche barzelletta, qualche vignetta… Più che il virus – bisogna dirlo – facevano paura i cinesi in Italia, specie in territori ove ci sono comunità assai nutrite, e non sono mancati spiacevoli episodi di razzismo annessi. 


Patrizia Bonardi, Onde anomale, 2019, gesso sabbia e cera d'api.


Nell’insieme tuttavia vivevamo ancora una vita “normale”, finché non è arrivato quel giorno dell’ultima decade di febbraio in cui tutta l’Italia ha conosciuto il primamente oscuro paesino di Codogno. Di lì a poco la nostra vita, si è detto, è diventata simile ad un romanzo o ad un film distopico. Significativo il fatto che il paragone più facile e forse più calzante fosse proprio con situazioni di finzione. Significativo del fatto di quanto per decenni e decenni le paure para-apocalittiche abbiano ingentemente popolato una parte della nostra psiche e forse tutta la produzione creativa ha anche avuto la funzione di esorcizzarle – sia per i produttori che per i fruitori. Chissà se ad una sorta di operazione esorcistica non sia del resto assimilabile persino La società del rischio, apertasi presso il BACS di Leffe il 7 dicembre 2019. Un esorcismo collettivo, un toccasana contro le paure più o meno confessate cui si sono sottoposti con grande sollievo gli artisti e gli spettatori, ma anche i sociologi o intellettuali di altra formazione che hanno scritto i testi – io stesso mi pongo in questo novero! 


Antonio Davide, Affissioni, 2019.


Bisogna ammettere che le persone più sensibili e più coscienti su un piano politico-morale spesso percepiscono lucidamente la gravità di quanto potrebbe accadere in un futuro prossimo, ma insieme – proprio in virtù della loro lucidità – percepiscono anche la loro impotenza rispetto al branco di pachidermi che sta avanzando contro di loro. Non conosco testo o immagine che sia capace di descrivere questa sensazione meglio della poesia Privi di potere (1971) del celeberrimo scrittore tedesco – scomparso da qualche anno - Günter Grass, che vale la pena riportare per intero: 

Leggiamo «napalm» e ci immaginiamo il napalm. 
Dal momento che non possiamo immaginarci il napalm, 
leggiamo del napalm, finché possiamo 
immaginarci meglio il napalm. 
Ora noi protestiamo contro il napalm. 
Dopo la colazione, muti, 
vediamo in fotografia cosa può fare il napalm. 
Ci indichiamo l’un l’altro rozzi reticoli 
e diciamo: vedi, questo è il napalm. 
Presto ci saranno libri di fotografie a buon prezzo 
con foto migliori, 
dalle quali risulterà più chiaramente 
cosa può fare il napalm. 
Ci rosicchiamo le unghie e scriviamo proteste. 
Ma c’è, così leggiamo, 
qualcosa che è ben più terribile del napalm. 
Subito protestiamo contro questa cosa più terribile. 
Le nostre proteste giustificate, che in ogni momento 
possiamo stilare piegare affrancare, le sbattiamo in libri. 
Impotenza di cui si fa prova su facciate di gomma. 
Impotenza fa suonare dischi: canti impotenti. 
Senza potere e con la chitarra. 
Ma con il pugno di ferro e in piena tranquillità 
fuori agisce il potere. 

Ad essa accosterei soltanto un piccolo frammento dal poemetto Le ceneri di Gramsci (1957) di Pier Paolo Pasolini, in quanto testimonianza ancora di un simile stato d’animo: 

[…] Ma come io possiedo la storia, 
essa mi possiede; ne sono illuminato: 
ma a che serve la luce? […] 


Elena Radovix, Metà fisica e metà no, 2017, foto da una serie di tre.


Ma tornando al giorno del “caso Codogno” e seguenti, ciò che va rilevato è come una mostra come La società del rischio possa dirsi per un verso anticipatrice inconsapevole di tutto ciò che abbiamo vissuto negli ultimi mesi e per un altro verso assolutamente interna allo spiazzamento che ciascuno di noi – a cominciare naturalmente dai virologi – ha subito in questo frangente. Un conto, in altre parole, è il rischio inteso come preoccupazione affatto fondata più o meno a lungo termine; un altro conto è trovarsi nel bel mezzo dell’ “epifania” di quel rischio. Allora non si ha ancora certo l’effetto livellatore paragonabile alla morte secondo Totò, ma certo molte distinzioni cominciano a perdere di senso. Ci si ricorda ad esempio della propria vulnerabilità di esseri umani, mentre passa quanto meno in secondo piano la coscienza di essere artisti, poeti… o di esporre in mostre, pubblicare libri… I nostri progetti – prima ancora che i nostri corpi – vengono quarantenati. Persino, d’altra parte, gli “investimenti verdi” si chiede di accantonare, onde riservarli a “tempi migliori”, rendendo così palese quanto essi fossero davvero dettati da una effettiva esigenza di tamponare una emergenza. Non lo erano non perché la minaccia del surriscaldamento globale è una invenzione di complottisti contro il “progresso”, ma perché quanto meno inadeguati alla mole della catastrofe incombente, un secchiello per contenere il mare come nella leggenda che ha per protagonista Sant’Agostino e Gesù Bambino. Le ragioni di quegli investimenti erano dunque tutte interne alle logiche del greenwashing, ma le strategie di marketing sono come la moda e il vento: cambiando repentinamente direzione e intensità. 


Francesca Lolli, RiGenerazione, 2017, foto di scena di Judy QuianQuian dalla video-performance.


La crisi del Covid ci rivela insomma – mi guarderei bene dall’adoperare la locuzione “ci insegna” –, o quanto meno ci suggerisce, che le catastrofi globali sono relegabili nel cassetto del futuro remoto del nostro cervello assai meno di quanto ciascuno di noi – forse nessuno escluso, neanche Greta, Naomi Klein o i più grandi climatologi ed ambientalisti che da decenni ci allertano su certe minacce – potesse credere fino a poco tempo fa. Ho scritto “catastrofi globali” ma stavo per scrivere “catastrofi ambientali”. Crediamo infatti che il Covid sia “capitato”, così come più di una decina d’anni fa qualcuno osservò che la crisi finanziaria e quindi economica era “capitata”, come a dire che si trattava di un puro effetto casuale senza causa? Una spiegazione del genere mi pare quanto meno inadeguata. Se la pandemia ci ha fatto toccare con mano quanto la voce della scienza possa essere plurale e discordante, resta che molti scienziati da tempo allertano non solo sul cambiamento climatico, ma anche sui nuovi virus con cui l’uomo entra progressivamente in contatto, virus prima inaccessibili all’uomo perché ben “protetti” nel cuore delle foreste, ma ormai sempre più “a piede libero” nella misura in cui il comportamento umano si mostra quanto meno devastante nei confronti degli habitat naturali delle altre specie. (1: Su questi temi cfr. almeno K. Zimmer, Malattie infettive in aumento a causa della deforestazione, in “National Geographic”, Milano, giovedì 19 dicembre 2019; https://www.nationalgeographic.it/ambiente/2019/12/malattie-infettive-aumento-causa-della-deforestazione ) Tra lo stesso surriscaldamento globale e i “nuovi” virus esiste una sinistra connessione: molti virus sono infatti “tenuti a bada” da ghiacciai che hanno i giorni contati. (2: Su questi temi cfr. almeno F. Santolini, Il cambiamento climatico potrebbe “liberare” antichi agenti patogeni, in “La Stampa”, Torino, 14 marzo 2020. https://www.lastampa.it/tuttogreen/2020/03/14/news/il-cambiamento-climatico-potrebbe-liberare-antichi-agenti-patogeni-1.38578773  ) Si consideri inoltre la moltiplicazione degli spostamenti che l’ultimo decennio-quindicennio ha conosciuto, con la diffusione sempre più capillare – tra l’altro – dei voli low cost – low cost per le tasche, ma certo high cost per l’ambiente -, che per alcuni scienziati potrebbe essere un motivo non secondario della diffusione circoscritta delle epidemie del nuovo secolo. Già perché se le epidemie ci sono sempre state è anche vero che pare non siano mai sorte così tante in un arco temporale così ristretto come l’ultimo ventennio. Sarà anche questo un caso? (3: Per approfondire il rapporto tra nuove epidemie e devastazione ambientale cfr. ancora A. Pinchera, Il coronavirus e il nostro futuro prossimo, 17 maggio 2020; https://www.greenpeace.org/italy/storia/7098/il-coronavirus-e-il-nostro-futuro-prossimo/
)  

Stefano Taccone

mercoledì 11 settembre 2019

COME IN CIELO COSÌ IN TERRA #2. Noi piantiamo gli alberi e gli alberi piantano noi.


La seconda metà di agosto è funestata ahimè dalle immagini dell’Amazzonia che brucia. L’Europa si indigna sostenendo che l’Amazzonia è di tutti. Il Brasile più conservatore risponde che l’Amazzonia è di sua proprietà. Chi ha ragione? In un’ottica proudhoniana la proprietà è un furto e quindi ha ragione l’Europa. Se però consideriamo che la logica che vuole il disboscamento dell’Amazzonia è tutta occidentale il discorso cambia; tanto è vero che i primi a pagare i danni sono gli indios - espropriati non solo delle loro terre ma della loro identità -, benché non solo. Solo qualche giorno prima parlavo con un noto intellettuale italiano, unanimemente considerato di area “progressista”, proprio della questione del Brasile e degli indios, dal momento che egli frequenta assiduamente da molti anni quel paese. Sosteneva che il problema oggi è la libertà di scelta: il “civile” può diventare indios, ma l’indios ha difficoltà a diventare “civile”, se lo vuole. Fermo restando i problemi di integrazione nella società brasiliana, che senz’altro esistono, gli avvenimenti recenti mi paiono più che mai smentire questa tesi. 


D’altra parte è facile, troppo facile, cercare un capro espiatorio in un politico più o meno potente, lì Bolsonaro, qui Salvini etc. Questi personaggi sono naturalmente ben altro che modelli positivi. Bisogna tuttavia aggiungere almeno due osservazioni. I trattati di libero commercio stipulati proprio in quelle settimane tra il Brasile e i paesi europei, compresi quelli con governi “di sinistra” gettano dubbi sul fatto che l’interesse ad incenerire l’Amazzonia scaturisca solo dalle risorse minerarie che si trovano nel suo ventre, come prevalentemente si ripete. Va tenuto conto dello spazio che tale “pulizia biologica” lascerebbe alle monoculture da importazione. Ma più ancora la questione è dentro di noi, non solo e non tanto fuori. Non siamo noi stessi, con i nostri comportamenti quotidiani indotti da un ambiente organizzato per suscitarli, ad essere gli aguzzini del mondo, ma non della Terra? La Terra sopravvivrebbe, e probabilmente sopravvivrebbe molto meglio, alla nostra estinzione. Siamo noi che non siamo in grado di salvare il nostro mondo sulla Terra, perché stiamo provocando la sua resistenza. Ma tra Terra e mondo a soccombere sarà il mondo. 


«Se l’ umanità fallisce», scrive i qualche decennio fa Joseph Beuys, «la natura avrà una vendetta terribile, una vendetta terribilissima che sarà l’ espressione dell’ intelligenza della natura ed un tentativo di riportare gli esseri umani al lume della ragione attraverso lo strumento della violenza» ed è anche a modo suo ottimista, dal momento che vede la reazione della Terra in termini quasi pedagogici, più come un Diluvio Universale che in quanto tale avrà anche un dopo il Diluvio che come una fine totale – o quasi - dell’umanità o comunque di quella che – peraltro da molto poco tempo rispetto a quanto ci separa dal momento in cui l’uomo è apparso sulla terra - chiamiamo civiltà. Sarà la visione ciclica tipica della concezione antroposofica, che è quella di Beuys, ma sarà anche che decenni fa, quando l’artista di Düsseldorf pronuncia tali parole, la percezione della catastrofe – e la catastrofe stessa – non era così avanzata. Le azioni delle 7000 querce piantate a Kassel in Germania e dei 7000 alberi di specie diverse piantati a Bolognano in Abruzzo divengono così paradigma di un rapporto adeguato tra uomo e natura, di un nuovo patto tra antropologia ed ecologia: «…noi piantiamo gli alberi, e gli alberi piantano noi, poiché apparteniamo l’ uno all’ altro e dobbiamo esistere insieme» è uno dei suoi motti più celebri. Non di meno le azioni di Kassel e Bolognano, chiarisce la sua cruciale sostenitrice, Lucrezia De Domizio Durini, «non costituiscono solo un risultato ecologico, ma principalmente un tentativo di dare forma allo sviluppo e alla coscienza dello spirito, lungo un cammino che porti gli uomini e la Natura a un rapporto di maggiore solidarietà e responsabilità individuale e sociale». 


L’impostazione etico-filosofica del poeta e cineasta cileno Alejandro Jodorowsky è molto prossima a quella di Beuys. Questo spiega anche la sua idea di lanciare una sorta di giornata in riparazione del disastro amazzonico, ove ognuno in ogni parte del mondo si impegni a piantare un albero, al di là della conoscenza del precedente beuysiano, che pure probabilmente non gli è oscuro. I miei amici Enzo Calibé e Daniela Di Maro, due artisti visivi che da lungo tempo portano avanti nel loro lavoro un discorso fortemente impregnato di tematiche ecologiche, così come tentano di conformare la loro vita quotidiana a tutta una serie di principi che vanno in tal senso, mi informano subito dell’appello di Jodorowsky e mi invitano a collaborare con loro per rispondere nel migliore dei modi. La psico-magia non è la mia tazza di the, tuttavia ritengo che come il progetto può essere declinato in diversi modi a seconda dei contesti geografici così può essere inteso anche in modalità differenti sul piano dei fondamenti ideali, fatta salva la circostanza per cui ciò che ci unisce è la salvaguardia dell’ecosistema e la ricerca di un rapporto più sano tra uomo e natura, per quanto ragionando razionalmente sia sempre più difficile pensare il suo futuro in positivo. Del resto è la stessa Daniela ad adattare la chiamata di Jodorowsky al suo progetto Come in cielo così in terra, che ha conosciuto la sua prima tappa nell’ottobre del 2018 al Parco Iris di Padova, ove, con l’aiuto di quattordici partecipanti, ha piantato cinque alberi nella disposizione della costellazione della Lira. Anche le piantumazioni di Come in cielo così in terra #2 prenderanno a riferimento i disegni delle costellazioni. A noi si uniscono repentinamente altri due amici ed artisti visivi, Domenico Di Martino e Rose Selavy, fondatori fin dal 2014 di ORGH Project - nel gergo fumettistico ORGH è l'espressione che indica un dispiacere, il trovarsi in una brutta situazione, una condizione di impotenza che genera rabbia e delusione; l’allusione è ai terreni della fu Campania Felix ai cibi che produce e che consumiamo, all’aria che si respira, ma la prospettiva è di adottare, curare, nutrire questi terreni stessi in cui ci muoviamo con l’amore e la dedizione solitamente riservati all’arte. (1 Cfr. https://www.facebook.com/ORGH-Project-430320617097198/). A tutti noi si aggiunge inoltre un movimento da anni radicato in tutte le regioni del nostro paese come Green Italia, (2 Cfr. http://greenitalia.org/) rappresentata da Carmine Maturo. 


Quasi subito propongo di affiancare alle piantumazioni un reading poetico, chiamando a raccolta poeti napoletani e campani, differenti per età, storia e produzione letteraria, eppure uniti dalla sensibilità verso la questione della salvezza del mondo – notare che non scrivo del pianeta; come già ho accennato in precedenza quello che è davvero a rischio non è il pianeta che troverà modo di rigenerarsi dopo la decimazione, se non l’estinzione dell’umanità, ma il mondo, inteso come dimensione antropica del pianeta Terra stesso – e l’intuizione sensibile, vivente, non meramente intellettualistica, che tra l’uomo e il resto della natura esiste una profonda continuità. Tutto questo discorso, oggi più che mai, potrebbe parere persino una moda ed in parte non è falso. Il greenwashing – nella politica, nell’economia e nella cultura – è qualcosa di sempre più nauseante ed insidioso. Tuttavia non si può non registrare che alcuni dei poeti cui è stato proposto di partecipare a questo evento si sono rifiutati e non si tratta di personaggi noti per negazionismo climatico o altre “amenità”, né a parole hanno mai manifestato disinteresse per i temi dell’ambiente, anzi talvolta hanno messo in evidenza il loro specifico coinvolgimento. Rispettiamo la loro indisponibilità, che può essere dovuta a mille – benché non esplicitati – motivi, ma non rinunciamo a rilevare che se si sono verificati questi rifiuti l’ecologia è ancora meno moda di quanto si possa credere. 


Da Aristotele in poi la pianta possiede una vita esclusivamente vegetativa: essa mancherebbe di sensibilità e di intelletto. Altrettanto noto è il disconoscimento radicale di certe facoltà degli animali da parte del meccanicismo cartesiano. Studi scientifici e filosofici recenti si sono incaricati di smentire tali credenze che costituiscono una importante porzione della controparte ideale della prassi occidentale che ci ha condotto alle soglie della catastrofe, benché nel senso comune esse siano tutt’altro che morbide a morire. La poesia, il suo ritmo, la sua energia – quella del lettore e quella dei significanti, dato che naturalmente pensare che le piante possano comprendere anche i significati ci ricondurrebbe in un antropocentrismo grottesco, propizio per la letteratura fantastica, alla Dino Buzzati, ad esempio, ma inadeguato per stare ben piantati sulla terra come gli alberi, pur non rinunciando all’utopia del cammino verso il cielo – non interferiscono dunque con la felice riuscita della piantumazione? 


La mattina di sabato 7 settembre, ovvero del giorno stabilito, non promette bene. L’ultimo sonno è segnato da una violenta pioggia più tropicale che mediterranea, a ricordarci ancora una volta che il clima sta mutando. Questo ci mette un po’ di cattivo umore; c’è il timore che il maltempo possa rovinare l’evento preparato con tanta cura, sia impedendo la piantumazione e il reading, sia scoraggiando il pubblico, chiamato peraltro non solo a fare da spettatore, ma a partecipare attivamente alla piantumazione arrivando munito di guanti da giardinaggio. Fortunatamente le previsioni dicono che la pioggia sta per cessare e non saranno disattese. 



L’evento ha inizio alle 10,30 presso il giardino del Quartiere Intelligente di Cristina Di Stasio, posto sulle scale di Montesanto a Napoli, uno spazio che si propone esplicitamente di far nascere un “modello” di riferimento di “ecologia urbano”… (3 Cfr. https://www.facebook.com/QuartiereIntelligente/). Dopo l’introduzione di rito – infinita riconoscenza va al vivaio Barretta di Carlo Antonio Barretta, che ha fornito gratuitamente tutti gli alberi necessari! – comincia la messa a dimora del primo albero, un gelso, con tanto di illustrazione orale dei vari passaggi che necessita l’operazione. Esso simboleggerà la Stella polare, nota anche come Stelle dei naviganti giacché fin dall’antichità serviva ad orientarsi nei loro viaggi. Tale scelta suggella quindi l’inizio del lungo ed intenso itinerario previsto. I poeti Costanzo Ioni e Marisa Papa Ruggiero leggono le loro poesie. Il primo propone un magmatico pezzo dal titolo Snack Lo Squartatore, tratto dalla sua raccolta Stive (2017). (4 C. Ioni, Stive, pref. di A. Pietropaoli, Guida editori, Napoli, 2017). Egli, forte della sua consumata attitudine prulilinguistica ci pone di fronte ad un caleidoscopio verbale di tematiche e sollecitazioni che rispecchiano l’incredibile complessità e surrealtà del presente, le sue nevrosi inestirpabili e la sue babeliche contraddizioni. Il suo contributo possiede una accezione profondamente performativa. Le parole che emette si scontrano nella loro medesima assonanza fonetica, creando un parossismo di cortocircuiti. Se la sua poesia è un mondo nella sua poesia sembra esserci il mondo, ma in particolare, in un contesto come quello in cui è chiamato ad esibirsi, è forse il seguente brano a spiccare sugli altri: 

[…] giù giù dalla ruota bucata giù giù per la cannola segata giù giù con l’acqua che quando piove scende a cataratte e quando piove allarga tutto e quando piove porta giù tutto e alberi e automobili e animali e vegetali e mappe catastali e condoni generali giù giù anche senz’acqua che quando non piove è deserto e la terra si spacca e le piante avvizziscono e le autobotti a pagamento ricompaiono giù giù per un sopralluogo e giù giù nel sottosuolo e giù giù con l’assessore e giù giù con l’appaltatore e giù giù con il fognatore perché è un brutto mestiere perché nessuno lo vuole fare perché è quasi come fare il becchino perché in effetti ci trovi di tutto giù giù nei condotti allagati giù giù nei condotti intasati perché quello che scarichiamo non è più un problema nostro e scende tutto sotto e scende tutto a valle e giù giù nel Sarno e in altre fogne a cielo aperto e anche questi alvei puzzolenti non sono un problema nostro perché scorrono da sempre perché nessuno ha provveduto prima perché prima o poi li nasconderemo con un bel tappeto di cemento […] 



Seguono i versi - parimenti sostenuti qualitativamente, ma molto lontani dalle atmosfere di Ioni – della Papa Ruggiero, introdotti da un suo accorato discorso sulla sofferenza della natura con la quale dimostra una straordinaria empatia. Non è un caso che i componimenti da lei proposti costituiscano una piccola anticipazione di una silloge di prossima pubblicazione ispirata all’ecosistema ed ai suoi malanni: 

[…] Le antiche torbe, le millenarie catene arboree 
sono tizzoni esplosi nel fondo del respiro. 
- É ora, è adesso che accade - 
Non c'è tempo, vedi, per le prove di scena. 
L'orsa polare impazzisce nel cerchio vuoto. 
L'uccello caduto lascia il volo nell'aria. 

O ancora: 

[…] Tu ora sai che per ogni grattacielo di ghiaccio   
scivolato nel nulla 
per ogni creatura viva divorata dal fuoco 
si è spenta una stella! 


Entro le 12,30 ci spostiamo a Scampia, ove sorge Pangea, il giardino dei cinque continenti e della nonviolenza, inaugurato l’11 maggio scorso dopo quattro anni di intenso lavoro condotto dai volontari della “Rete Pangea” e finanziato in gran parte con i fondi otto per mille delle Chiese metodiste e valdesi. (5 Cfr. M. D’Auria, Scampia. Inaugurato il giardino dei cinque continenti e della nonviolenza, in “Riforma”, Torino, 13 maggio 2019; https://riforma.it/it/articolo/2019/05/13/scampiainaugurato-il-giardino-dei-cinque-continenti-e-della-nonviolenza). Così, dove prima erano site sei discariche, ricorda Rosario D'Angelo, autentica anima dell’associazione, ora sorge un giardino ripartito in maniera tale da simboleggiare i cinque continenti e disposto alla trasmissione di messaggi di pace. Qui si piantano gli alberi seguendo la costellazione di Cassiopea. 



Enza Silvestrini si infortuna all’ultimo minuto, ma invia questo distico, tratto dalla raccolta Controtempo (2018): (6 E. Silvestrini, Controtempo, Oedipus, Napoli, 2018). 

la primavera fiorisce senza tregua 
nei pochi vasi lasciati a mendicare 

Sembra evidenziare, in una radicale sintesi, il contrasto tra l’aridità dello spirito umano, che confina la natura in pochi vasi semi-obliati e la forza prorompente della bella stagione, che non manca di risplendere, anche entro confini angusti ed in mancanza di una cura autentica. 



Paola Nasti attinge alla sua raccolta Poesie dello Yak impigliato per un pelo della coda (2019). (7 P. Nasti, Poesie dello Yak impigliato per un pelo della coda, Eureka edizioni, Corato, 2019). La sua poetica si alimenta di una lunga consuetudine con il pensiero e le pratiche meditative dell’Estremo Oriente, specie del buddismo. La visione della natura e dell’esistente che emerge dai suoi versi è pertanto intrinsecamente legata a tali esperienze: 

sottopongo il corpo alla luce la luce 
della stella che lo irrora 
penetra fino all’osso, lo risana 
ne rinsalda le parti senza voce 

tutto formicola lì sotto 
ne avverto il pigolio cellulare 
traccia che va verso il silenzio dove 

la roccia si trasforma nella sabbia 
lava trascorre verso il lago di cenere 
l’acqua in direzione del cielo 
il cielo si fa fiume e scorre verso il mare  
il mare sottoposto alla notte 
lo chiude nell’abbraccio che non sana 

né voce né silenzio - tutto brama 
a una parte nascosta, ad un mistero dove 
non c’è vita né morte né principio né fine 


Ognuna delle cinque porzioni del giardino è popolata dalle rispettive specie endemiche dei cinque continenti. A Marco de Gemmis tocca l’Africa, tradizionalmente riconosciuta come “culla dell’umanità”. Da qui la proposta di un componimento come Prima che tutto si facesse pieno di dèi, tratto dall’antologia Alter ego. Poeti al MANN (2011), (8 M. De Gemmis, F. Tricarico (a cura di), Alter ego. Poeti al MANN, Museo Archeologico Nazionale, Napoli, 16 luglio-25 ottobre 2011, Arte’m, Napoli 2012) documentante una manifestazione tenuta appunto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, curata dallo stesso De Gemmis e da Ferdinando Tricarico, nell’ambito della quale quaranta poeti contemporanei sono stati chiamati ad individuare, nella letteratura classica, ciascuno il proprio alter ego e a lasciarsi da lui – o, in qualche caso, da lei – liberamente ispirare. In quella occasione De Gemmis ha scelto Esiodo, colui al quale le Muse «avevano affidato sull’Elicona il compito di trasmetterci, con la Teogonia, la verità». A fronte del discorso sulla catastrofe ecologica odierna quello di De Gemmis che è riflessione immaginifica sul prima del prima, prima dell’uomo e di tutti gli esseri, compresi gli dei, sull’anti-tempo del Caos, diviene una sorta di controcanto: 

egli scrive per primo l’inizio, 
dice la prima su cui ogni altra 
storia crebbe e cresce, espone 
l’alfa perentorio delle cose 
poi scatenate a divenire e da lui 
in ordinata successione elencate: 
nell’ordine senza governi in cui 
quel tempo remoto le faceva, 
prima che arrembanti gli dèi 
se ne potessero appropriare […] 

Tutta la sua visione pare pervasa da un radicale scetticismo verso l’antropocentrismo: 

[…] poi qual genere di luci e suoni,
se e quali i colori, se una mescola 
di materia in via di formazione, 
e a quale velocità le cose, se cose 
in un vortice prese assieme, chissà 
se già in mezzo a loro l’acqua, se 
e quanto immane e lungo intervallo 
fra il vuoto e il pieno o tutto invece 
in uno schiocco solo: molto prima   
che esistessero semi e sangue 
o il respiro eppure tanto vivo 
che di noi non c’era alcun bisogno […] 


Al summenzionato Tricarico – anch’egli fisicamente indisponibile all’ultimo momento e quindi indegnamente sostituito nella lettura della sua poesia dal sottoscritto – tocca l’Oceania per una poesia che si intitola Lampedusa (2011-2018) ed evoca naturalmente, attraverso il suo tipico scoppiettante, graffiante, neobarocco linguaggio le ben note tragedie dei migranti nel Mediterraneo. Cosa c’entra Lampedusa con l’Oceania? Non penso tanto al fatto che entrambe sono isole, malgrado l’enorme squilibrio dimensionale, bensì alla circostanza per cui se il Mediterraneo è luogo di conflitti etno-culturali, anche la civilissima Australia ha avuto fin dall’inizio dell’invasione degli europei grossi problemi in questo senso, benché raramente compaia nei titoli dei telegiornali. La macchia nera sull’anima dell’Australia bianca risponde al nome della questione aborigena. Ecco alcuni brani: 

Come s'accrocchiano ste carni 
dai colori cafardi 
sta babele di caini sti casini d' abele 
come s'acconciano sti sconci 
cenci dell'inconscio 
senza troppe ciance 
sti sogni in bianco e negrogiallo 
sta scacchiera d'arlecchini 
sto nascondino di clandestini 
come s'incrociano sti bastardi 
dal pedigree che puzza 
sti olezzi di creoli 
ste fichesecche del deserto secche 
st' ibridi da brividi sti meticci posticci 
ste sgnacchere rumene fottimariti 
di mogli che non fottono più […] 

E ancora, con la chiara volontà di agganciarsi ad un’attualità – la poesia risale al 2011, ma gli ultimi versi sono aggiunti nel 2018 - che proprio in questi giorni pare già leggermente inattuale: 

[…] Divello incollo ed espello 
li aiuto a morire in casa loro 
a Lampedusa 
promessa di Musa 
entrano prima gli italiani 
nella casa chiusa. 


Il gran finale è però previsto alle 17 alla Masseria Antonio Esposito Ferraioli di Afragola. Gestita da Giovanni Russo con la preziosa collaborazione di Daniela Del Mondo, si tratta di un bene confiscato alla criminalità – porta il nome del cuoco, scout e sindacalista della CGIL, vittima innocente della camorra – ed assegnato dal 1 marzo 2019 a una rete di cooperative, associazioni e organizzazioni. (9 Cfr. https://www.masseriaferraioli.it/). Qui si piantano alberi da frutto: limoni, un pesco, un melo, un pero e si assume come traccia la costellazione dell’Orsa Minore. La perfetta pianura della masseria contrasta con la quinta costituita dal Vesuvio e dal Monte Somma, che si scorgono nitidi, in tutte le loro pieghettature. Piantato il primo albero Marco Amore prende a recitare – un po’ fuori stagione! - Freddo dicembre, tratto dalla sua raccolta d’esordio, Farragine (2019), (10 M. Amore, Farragine, pref. di G. Frene, Samuele editore, Fanna, 2019) un componimento pieno di immagini evocative, frutto di un uomo che, malgrado la sua giovinezza, sente ancora la natura, i suoi ritmi, il suo mutare, le sue diverse consistenze, benché le sue manifestazioni si intreccino costantemente con elementi antropici, pur tutt’altro che invasivi. Del resto egli non vive quotidianamente la metropoli, ma quel piccolo paesino tra Benevento ed Avellino che è Rotondi: 

Il vento piange sulla strada di casa 
mentre le stelle origliano il nostro oscuro segreto da uno 
                                                                spiraglio nel solaio 

l’apice del frangizolle attende di smorzare 
il rostro per agguantare l’erpice a dischi 

il sole sulla lista della spesa 
dei morti, che inseguono la stella a nord-est 

una carezza al cuscino e un buon caffè antimeridiano 
pestato nel mortaio del mondo 

specchi come laghi ghiacciati: 
la luna che sorge si riflette […] 


Alfonsina Caterino, approssimandosi in questo alla Papa Ruggiero, malgrado la diversità di linguaggio, riprende il filo di un discorso più chiaramente legato alle minacce inflitte all’ecosistema. Probabilmente rispetto alla collega si nota anche una maggiore esplicitazione della dimensione politica. La sua introduzione prima della poesia, scritta per l’occasione, trasuda di passione e dolore autentici. Quindi comincia a leggere la sua inedita, Qui, ove il titolo sta a rimarcare la fissazione su un determinato luogo e tempo. Qui è infatti 

dove l’Amazzonia ha riempito i cieli 
di zaffiri 
e gli attimi indugiano esultanza 
la luce insostenibile 
le macchine sguinzagliate dietro il fascino 
orribile della morte, 
stanno trascinando la strada    
       lungo ghiacciai e selfi incappucciati […] 

E più avanti: 

[…] Lungo il passaggio 

ogni verità è diversa 
da qui, notte superata 
dagli infiniti luoghi senza ragione 
che illuminano valore razionale 
del viaggio 
la condizione fragile dell’appagamento 
provvisorio 
commentabile fianco 
mai dismesso al silenzio 
che scorge fiera sguincia 
i draghi inghiottiti 
       dalle autostrade […] 


Tutta la poesia di Lia Manzi è non di rado ugualmente pervasa da angoscia e sofferenza, ma in lei spicca sempre una leggerezza speranzosa, uccelli vari, le farfalle, tanti i piccoli animali volatili la popolano costantemente facendosi metafore di felice librare dell’anima, in una costante circolarità tra moti dell’interiorità umana e dinamismo naturale. Farfalla, tratta dalla raccolta Il canto di un nido (2018), (11 L. Manzi, Il canto di un nido, pref. di L. Chianese, Iod edizioni, Casalnuovo di Napoli, 2018) racconta appunto la metamorfosi di un bruco fino alla sua trasformazione in farfalla matura: 

Un Albero mi ha chiamata a sé 
per la mia Metamorfosi 
“Vieni, poni qui la tua Crisalide, 
non temere, io ti proteggerò […] 

finché 

[…] Finalmente spiccai il primo volo 
Non mangiavo più foglie come quando fui un Bruco 
Succhiavo adesso nettare dei fiori e mi accoppiavo. 


Lia ha un bimbo di dodici anni. Benché ci siano con lui cugine, zii e nonno, oltre che la madre, arriva alla masseria alquanto annoiato. Pare preferisse rimanere a casa davanti al videogioco. Domando quanto frequenta altri ragazzini della sua età e lo zio mi dice che ormai ci si frequenta poco tra ragazzini, giacché i gingilli telematici portano ad una sorta di para-autisticizzazione; un po’ ci si isola volontariamente e un po’ anche volendo non è facile trovare coetanei con i quali stringere rapporti profondi. Ad un tratto lo vedo però felicemente cooptato nell’atto di piantumazione: armato di vanga    estrae grossi mucchi di terra. Penso che ormai sono diventato un po’ schifiltoso, per cui ho provato a Scampia a dare qualche colpo di vanga ma non mi riusciva bene; più che altro non mi andava di sporcarmi. Poi ricordo però che a dodici anni mi sarebbe piaciuto molto usare una vanga, ma probabilmente i miei genitori me l’avrebbero tolta di mano: avrebbero detto che mi faccio male, che non sono buono e che – appunto – mi sporco! Da qui il mio sviluppo iperintellettualistico, alquanto squilibrato. Mi confronto con più di una persona della mia età e mi dicono che per loro sarebbe stata la stessa cosa, che c’è stato un tempo in cui i genitori – pressappoco i baby boemer, padri e madri, sempre pressappoco, della generazione X – ritenevano quasi infamate per il loro figlio un lavoro manuale e peggio ancora rurale, per cui tendevano ad allontanarlo a tutti i costi, anche per gioco. Importava solo andare bene a scuola, saper leggere e conoscere le tabelline a memoria… Oggi probabilmente – e fortunatamente! – questa tendenza è andata scemando… Oggi i problemi sono altri… Un bambino con una vanga in mano piuttosto che con uno smartphone per me è una consolazione degli occhi e dello spirito! 


Infine una gentile signora si offre di fare le veci di Ketti Martino – anch’ella assente fisicamente per causa di forza maggiore - leggendo la sua Non ci è dato sapere, che suona come meno vivida e più eterea rispetto a tanti altri contributi ascoltati durante la giornata. Leggero disincanto ed un pizzico di utopia si intrecciano in un’area soffusa e sospesa, ove regna un quid di mistero e le urgenze ambientali, che pure l’autrice ha molto a cuore, non sono individuabili se non come un sottotesto implicito nella sua poesia, un inedito del 2017: 

Non ci è dato sapere, sul luccicante asfalto
 nelle lacrime di vetro, se le presenze sconosciute, 
a mezzanotte, nella frenesia di anime, 
hanno delle tempeste d’acqua solo amore 
oppure altro. 
Se il giro nasce dove l’occhio ha l’umano credo 
e se la lotta del pensiero scava strade in fondo alle pupille. […] 

E ancora: 

[…] Nel vuoto spazio stanno le attese
 e segni d’altri come cicatrici dell’ignoto: 
con la vena gonfia sulla fronte, nella nuda esposizione, 
siamo ad aspettare (a desiderare) mondi 
senza dover scagliare frecce 
senza addolorare chi rimane. 
Ma è notte ancora, qui, lo sappiamo. 


L’intensa giornata si chiude con una lauta merenda contadina, a base di prodotti rigorosamente coltivati a chilometro zero. È il momento in cui la convivialità trova il suo trionfo. Il momento in cui, nel farsi crepuscolo, si stemperano tutte le tensioni e si tenta di superare la divisione dei ruoli, contaminandosi tra poeti e massari, organizzatori e spettatori-cooperatori, amici di vecchia data e gente conosciuta solo da poche ore, se non pochi minuti. 

Stefano Taccone