Il testo costituisce il mio contributo critico alla mostra La solitudine del curatore #1, curata da Katiuscia Pompili, in co-curatela con Dimora Oz e Sasvatii Santamaria, presso KaOZ, spazio collaterale della Manifesta 12 di Palermo. Inauguratasi il 20 agosto 2018, resterà aperta fino al 2 settembre.
La
storica dell’arte e museologa Stefania
Zuliani apre il capitolo del suo volume Esposizioni
(2012) dedicato dalla figura del curatore ricordando quanto scritto in
merito nel 1998 dal celebre sociologo Zygmunt Bauman.[1] Quest’ultimo
definisce il curatore «Un ”capro espiatorio”, esposto in prima linea “nella
grande battaglia” che, in tempi di incertezza e in assenza di un’autorità
universalmente riconosciuta, è necessario combattere per la conquista del significato.
Un personaggio necessariamente eclettico – a un tempo animatore, pusher e
fratello dell’artista, un creatore di comunità, qualcuno che fa lavorare la
gente e che fa che le cose accadano, suggerendo idee e interpretazioni – una
figura esclusiva che […] ha tutto il prestigio e la
debolezza di chi si trova a fronteggiare senza altri strumenti che la propria
allarmata sensibilità al presente l’instabilità di una condizione
epistemologica priva di saldi riferimenti, sfuggente, imprevedibile. Un involontario
eroe, in fondo, un perdente di successo su cui si scaricano frustrazioni e delusioni,
invidie e risentimenti, vittima e, assieme, responsabile di un sistema spietato
che non consente cedimenti e non offre salvezza per chi non sa restare in
equilibrio tra le diverse spinte – economiche, politiche, sociali – che
intervengono nell’orientare la creazione e la circolazione dell’arte, sempre
più legata all’esposizione e ai suoi, questi sì, consolidati rituali».[2]

Forse un brano del genere dovrebbe
essere letto, riletto e lungamente meditato dai tanti giovani che oggi
accarezzano l’idea di intraprendere la carriera curatoriale, onde provare la
loro decisione e determinazione in rapporto ad una scelta del genere, «perché
con il fuoco si prova l'oro, e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore»
(Siracide 2, 5). Personalmente leggere oggi una descrizione del genere non fa
che confortarmi nella mia scelta di essermi fermato ai primi passi di tale
percorso, finché non mi trovai difronte al bivio tra iniziare a “fare sul
serio” o, se non smettere quasi del tutto, certamente non intendere l’attività
curatoriale come quella centrale per la mia vita.
Le citazioni da pugno nello stomaco per
un curatore non si arrestano qui. La Zuliani prosegue con il filosofo francese Yves
Michaud,[3]
il quale «non ha avuto esitazioni nello stigmatizzare già nel 1989 la mondanità
del curatore vedette, diagnosticando nelle pagine polemiche di L’Artiste
et les commissaires
il
trionfo inesorabile di un paradigma “iperempirista” per il quale il
riconoscimento dell’arte avverrebbe non più grazie all’artista ma ad opera
esclusiva del commissario produttore – “la logica di produzione e di
spettacolo che ormai prevale, implica sempre più spesso che le opere d’arte
siano prodotte per il sito e per l’occasione. Anche da questo punto di vista,
il commissario riveste il ruolo di produttore” ha confermato Michaud nella
postfazione aggiunta all’edizione 2007 del volume –, descrivendo il curatore come
una sorta di, magari utile, parassita che partecipa ai riti esclusivi del
jet-set internazionale[…], un mondo senza confini e spregiudicato dove “arte
potere soldi e gusto vanno di pari passo”».[4]
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Zygmunt Bauman |
Neanche questo brano ci fornisce una profilo
particolarmente esaltante del curatore. Esso però, riportando un testo scritto
quasi dieci anni prima di quello di Bauman, ovvero in un’epoca in cui la figura
del curatore come lo intendiamo oggi è ancora embrionale, sembra molto meno
cogliere nel segno, adoperando una figura, come quella del “commissario”, che
oggi ci appare troppo poco nitida, oserei quasi dire ibrida, per spenderla
nell’analisi del odierno sistema dell’arte contemporanea. I toni di Michaud
inoltre, non di rado, non sono disgiunti – va detto! – da una certa punta di
malcelato moralismo.
Ben più tagliente, benché telegrafico, il
riferimento a Lea Vergine[5]
che nel 2002 «ha sottolineato senza
equivoci la esilità teorica dei giovani curatori»,[6] argomento
vastissimo quanto spinoso e scomodo per i diretti interessati, innanzi tutto
perché la loro stessa “esilità teorica” costituisce naturalmente per loro un
insormontabile ostacolo ad ogni eventuale robusta
replica a tale accusa. D’altra parte molto spesso essi, prima ancora che gli
strumenti, non possiedono proprio la voglia di replicare, avendo, per motivi
facilmente deducibili dal quadro delineato da Bauman, ben altri grattacapi.
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Lea Vergine |
Due anni più tardi (2004) Federico Ferrari[7]
attacca il curatore sul suo stesso terreno - per così dire -, ovvero evitando
ogni speculazione teorica e sfoggiando un parlare molto franco: «”nella quasi
totalità dei casi, il curatore incarna, purtroppo, la miseria dell’arte e della
critica contemporanea. Più che un ponte tra le diverse discipline, è una figura
inafferrabile, con una formazione inconsistente. È […] sempre alla ricerca di
contratti e contrattini per crearsi una nomea vendibile, valutabile in termini
monetari e di potere. Sempre pronto a mettere firme su improbabili scritti per altrettanto
improbabili mostre, molto spesso organizzate da “assistenti” o ancora più
impreparati organizzatori culturali”».[8]
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Federico Ferrari |
Se da un filosofo ci si attenderebbe anche
uno scavo più profondo delle motivazioni che avrebbero condotto a tale
situazione, non è senza significato la circostanza per cui la Zuliani inserisca
opportunamente nel mezzo del suo discorso un’informazione atta a ricordarci che
lo stesso Ferrari è anche un curatore:
ad esempio «nel 2011 ha curato per la Fondazione Maramotti di Reggio Emilia il
progetto espositivo Arte essenziale».[9]
In tal modo assume un più pregnante significato anche quel “nella quasi
totalità dei casi” premesso al J'accuse nei
confronti della categoria curatoriale.
A questo punto la Zuliani tira le linee, osservando come da un lato al curatore imputano la compromissione «con il mercato e la complicità, che è anche compiacenza e persino sottomissione, con chi realmente governa le sorti dell’arte (in primis i collezionisti, come sapeva bene Leo Castelli), mentre dall’altro rimproverano al curatore la mancanza di preparazione critica, in qualche modo confermando quindi la (apparentemente disattesa) missione culturale di una figura che in realtà dalle analisi proposte sembrerebbe avere soltanto il compito di funzionare da efficace cinghia di trasmissione tra le opere e i loro acquirenti».[10]
A questo punto la Zuliani tira le linee, osservando come da un lato al curatore imputano la compromissione «con il mercato e la complicità, che è anche compiacenza e persino sottomissione, con chi realmente governa le sorti dell’arte (in primis i collezionisti, come sapeva bene Leo Castelli), mentre dall’altro rimproverano al curatore la mancanza di preparazione critica, in qualche modo confermando quindi la (apparentemente disattesa) missione culturale di una figura che in realtà dalle analisi proposte sembrerebbe avere soltanto il compito di funzionare da efficace cinghia di trasmissione tra le opere e i loro acquirenti».[10]
Quest’ultima osservazione va forse anche al
di là di una sintesi dei vari rilievi che abbiamo udito muovere contro i
curatori. Essa è viceversa consolidata dall’«episodio davvero esemplare» ricordato
immediatamente dopo, sulla scorta di Angelo Trimarco,[11] «dell’asta da Sotheby a Londra in cui, nel
settembre 2008, Damien Hirst ha messo direttamente in vendita la propria
produzione recente (oltre duecento opere) con risultati a dir poco strabilianti».[12]
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Sotheby's, Londra. |
«Del resto», continua la Zuliani, «non sono pochi i segnali che suggeriscono di una, forse momentanea, eclissi della figura del curatore, il cui ruolo non è minacciato tanto dalla scelta di alcuni artisti di assumersi anche (o solo) il compito di essere curatori, quanto dallo spazio che, all’interno del sistema espositivo, stanno prendendo figure apparentemente distanti dal mondo dell’arte e della critica – filosofi, registi, architetti – spesso chiamati dalle istituzioni a proporre progetti in grado di ridiscutere consuetudini e visioni abituali o, almeno, di suggerirne di differenti e meticci – “Il cinema non è forse un esposizione?”, ha detto il regista Peter Greenaway, curatore di alcune mostre emblematiche – senza neanche dimenticare il ruolo sempre più attivo dei collezionisti, che attraverso lo strumento delle fondazioni sono più direttamente attivi nelle scelte espositive, saltando talvolta anche la mediazione curatoriale. È una tendenza che nei casi peggiori si traduce in una sbrigativa quanto grossolana negazione dell’autorità (dell’autorevolezza) dei curatori – è quanto accaduto con il Padiglione italiano alla Biennale del 2011, dove all’insegna dell’ammiccante slogan L’arte non è cosa nostra sono stati chiamati oltre cento “intellettuali” italiani a segnalare gli artisti da esporre, generando un narcisistico e incomprensibile bric-à-brac fieristico – ma che, al di là delle degenerazioni, indica come anche il ruolo del curatore stia vivendo oggi una trasformazione, se non proprio un ridimensionamento».[13]
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L'arte non è cosa nostra, 54° Edizione della Biennale di Venezia - Padiglione Italia, veduta della mostra a cura di Vittorio Sgarbi, 2011 |
Tutto ciò che argomenta la Zuliani mi appare talmente vero da indurmi a sviluppare ulteriormente il filo del suo discorso, chiedendomi ad esempio se l’attuale minaccia di destituzione del curatore da parte di altre figure intellettuali dello strar system mondiale – ché a minacciare i curatori non sono certo i filosofi che insegnano alle scuole superiori, i registi che girano film prodotti attraverso il crowdfunding o gli architetti che fanno ristrutturazioni di interni – non sia legata alla sua trasformazione in una sorta di testimonial para-pubblicitario. Nel momento in cui è tale identità a prevalere, diviene perfettamente naturale che, al di là della grottesca parentesi del Padiglione Italia del 2011 – che nell’affermare che chiunque può selezionare degli artisti perché L'Arte non è cosa nostra, titolo della biennale sgarbiana, si approssima non superficialmente alla tesi pentastellata per cui qualunque cittadino, purché “onesto”, può fare politica, con la differenza che nella pratica, almeno inizialmente, quest’ultima ha davvero dischiuso, nel bene o nel male, le porte della politica a persone sconosciute ai media, mentre i “sotto-curatori” di Sgarbi non erano nella maggior parte dei casi che V.I.P. assai più V.I.P. della maggioranza dei curatori V.I.P. -, il curatore di professione sia sempre più facilmente rimpiazzabile con una figura di intellettuale dalla fama mediatica più forte.
Se a quello non resta che la funzione di
fornire un “patentamento culturale” ad un’operazione i cui moventi sono innanzi
tutto economici, il testimonial di una mostra non può ancora essere il
testimonial di un profumo, ma il bisogno di un testimonial specifico del mondo
dell’arte diviene sempre minore. Il sistema delle arti visive infondo, afferma
lucidamente Mike Kelly nel 2006, resta «un
pesce piccolo»,[14]
e la maggior parte degli attori del sistema dell’arte contemporanea – esclusi
forse solo quelli che risiedono ai piani altissimi e reggono sostanzialmente i
fili – sembra del resto la tipologia di persone meno adatte a rendersi conto di
tale piccolezza, proprio perché sono talmente integrati in esso, talmente
abituati a guardarlo dall’interno da non comprendere la relatività delle
dimensioni, esattamente come un uomo non percepisce con i suoi occhi
l’effettiva estensione del pianeta Terra finché non viaggia nello spazio e lo
vede come un puntino nell’Universo. È vero infine che, rispetto solo ad una
decina di anni fa, esistono ormai artisti visivi contemporanei che sono noti al
grande pubblico in una misura che forse non si lambiva dai tempi di Andy Warhol
- Marina Abramović mi sembra il caso più emblematico – e che dunque il
mondo dell’arte sta perdendo il carattere elitario di cui per molti decenni –
dentro e fuori – ci si è lamentati, ma è realtà anche il movimento contrario:
il mondo spettacolare più generale tende sempre più a penetrare nel mondo
dell’arte e ad occupare così i posti originariamente riservati ai suoi
professionisti. Si viene in tal modo preconizzando una situazione in cui come nel
mondo dell’economia globalizzata si approfondisce la frattura tra ricchi che
diventano sempre di meno e sempre più ricchi e poveri che diventano sempre di
più e sempre più poveri, così nel mondo della cultura gli artisti e i curatori
di successo, al pari dei registi, degli attori, dei musicisti o degli scrittori
di successo, diventano sempre meno e sempre più staccati al gruppo, per usare
una metafora tratta dal ciclismo.
Che fare dunque?
«Volere per parecchia gente ‘e nuje nun è mai stato e mai sarrà potere», canta
‘o Zulù – meglio noto come la voce dei 99 Posse – in una canzone scritta ed
interpretata insieme ai Bisca, Almeno parte (2007), smentendo un motto
tipicamente usato per giustificare lo smantellamento del welfare occidentale a
partire dagli anni ottanta. Se sono abbastanza convinto, come Zulù e i Bisca,
che la proposizione “volere è potere” sia sostanzialmente falsa, non mi sento di negare altrettanto perentoriamente l’inverso. Può darsi, in
altri termini, che, dopo i primi anni in cui condussi la mia attività
curatoriale in maniera radicalmente avulsa da ogni preoccupazione di stringere
alleanze con il potere delle gallerie – neanche con il pur esiguo potere del
sistema campano delle gallerie o almeno con alcune di esse, come provarono a
fare altri miei giovani colleghi dell’epoca ai quali però alla lunga non è
andata troppo meglio -, per non parlare delle alleanze con i collezionisti, io
non fossi capace di – non potessi quindi – compiere il salto nella “curatela
che conta” che a quel punto mi pareva inderogabile e così mi convinsi di non
volerlo. Non di meno il mio conscio non può che continuare a raccontarmi che
non volli e a distanza di molti anni non mi pare presenti alcun rimpianto,
patente o latente che sia.
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Carla Lonzi |
D’altra parte,
in coincidenza con l’inizio dei miei studi sulla storia e la teoria
dell’Internazionale Situazionista, cominciai a percepire la figura del curatore
come un a stento sopportabile “cane da guardia”, assolutamente superfluo per
gli artisti, a meno che il suo nome non servisse loro come un’etichetta di
garanzia per aumentare il loro appeal – del resto se da una parte non mi
interessava fungere da etichetta, dall’altra neanche io rappresentavo
un’etichetta particolarmente pregiata. L’immagine bureniana di Harald Szeemann come
«superartista che utilizza le nostre opere per comporre la sua propria tela» mi
appariva di una terribile verità, mi sembrava svelare l’ingiunzione ad
esercitare una posizione di autorità che mal mi vedevo cucita addosso – era
stato questo il motivo per cui alcune mostre curate in passato avevano
riportato non poche falle. La curatela insomma, parafrasando Carla Lonzi, era
per me irrimediabilmente rivendicazione di un sia pur infinitesimo potere, [15]
ed io non volevo alcuna facoltà di coercizione, neanche in briciole. Fu così
che nella primavera del 2012 curai l’ultima collettiva della mia vita.
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Filiberto Menna |
Viceversa,
smentendo in parte la stessa Lonzi, proprio la critica cominciò a non sembrarmi
potere, o almeno un potere più sopportabile. Era però una critica che se non
faceva a meno della valutazione la affiancava, secondo la lezione del Filiberto
Menna di Critica della critica,[16] all’indagine storica ed alla visione teorica, trovando inoltre l’oggetto
di questa critica in primis in soggettività che risultavano del tutto
marginali, se non sconosciute, nel quadro della storiografia artistica non solo
nazionale, ma proprio campana. Fu così che nacque La contestazione dell’arte
(2013).[17]
Da una parte tale rimozione possedeva le sue specifiche ragioni, perché si
trattava di operazioni che avevano teso - sia pure sempre sul filo della
contraddizione – a criticare il normale statuto dell’arte, fino a cercare un
superamento nella prassi quotidiana. La mia operazione di ricostruzione risultava
pertanto da una parte un tradimento di quelle che erano le istanze più profonde
di quanto andavo ad analizzare. Dall’altra però era anche un riprendere il filo
di certi discorsi che intorno a me sembravano completamente obliati; era un
modo per persuadere me stesso, ma ancor più gli altri che pensare ed agire
diversamente era ancora possibile, anche se difficilmente ciò che vedevo nel
presente mi sembrava all’altezza delle mie rievocazioni – forse un po’
mitizzate – del passato. Del resto fino ad un certo punto tenevo conto della
dimensione oggettiva dei movimenti reali della storia.
Il passo
successivo fu così una radicalizzazione del momento teorico, confortato non
solo e non tanto dallo studio dei gruppi campani, quanto ancora
dall’approfondimento del movimento situazionista e di tutta la linea
novecentesca di trasformazione globale nel segno dell’estetico di cui i
situazionisti si ritenevano gli ultimi eredi possibili, in quanto teorici di
una rivoluzione di cui – essi credevano – era già presente tutto il suo
potenziale e si doveva pertanto attendere il momento in cui la potenza si
sarebbe tradotta in atto e nel frattempo fornire un indirizzo capace di
convogliare forze altrimenti agenti in maniera disordinata o facile preda dei
numerosi “recuperatori” al servizio dello spettacolo. L’esito di tale
radicalizzazione della teoria fu La radicalità dell’avanguardia,[18]
nel quale però non dimostravo di credere che il fallimento dell’Internazionale Situazionista avesse posto la parola fine all’avanguardia, ma individuavo anche
negli ultimi decenni quelle che chiamavo “avanguardie postmoderne”. Bisognava
però identificarle sempre e comunque ai limiti del recinto del sistema dell’arte
contemporanea, se non proprio al di fuori. D’altra parte il loro essere al di
fuori del sistema dell’arte contemporanea – constatavo – non coincideva affatto
con l’essere al di fuori del sistema globale.
In realtà tanto La contestazione dell’arte quanto La radicalità dell’avanguardia erano figli – tra l’altro - dell’onda lunga di quel periodo che Alain Badiou chiamò Il risveglio della storia (2012),[19] alludendo al nuovo clima dell’inizio del secondo decennio del XXI secolo, segnato dall’emergere degli Indignados spagnoli e quindi dai vari Occupy quali risposte da sinistra - sia pure non sinistra di partito, ma di movimento - alla crisi economica scoppiata nel 2007-2008. Oggi che però la spinta propulsiva di quei movimenti sembra tramontata, senza che peraltro sia realmente risolta, ma al massimo messa in quarantena, la crisi capitalista che ha inizio dieci anni fa – per non parlare della crisi del capitalismo che semplicemente non possiede alcuna possibilità di essere strutturalmente risolta – e non sembra esserci altra risposta che quella – inaccettabile - del populismo identitario e xenofobo, mentre i mantra del neoliberismo rigorista non sono neanche assimilabili ad una risposta, l’impressione che si ricava è quella di uno scenario in cui tutto ciò che è nuovo non è affatto bello, ma tutto ciò che è bello non è più nuovo. In realtà, prima ancora che uscisse La radicalità dell’avanguardia cominciai a intendere che esistevano questioni che per anni avevo sottovalutato. Non dico che le avevo completamente rimosse, ma le avevo relegate in un angolino dell’anima e pertanto mi sfuggivano anche nel mio sguardo sul mondo. Capii pian piano che ciò dipendeva dalla mia difficoltà di elaborare una sintesi tra ragioni della mente e ragioni del cuore, condizione che mi induceva a vivere con una sorta di doppia personalità. Esse, più che entrare in conflitto tra loro – benché facessero anche questo -, si alternavano “pacificamente” nell’egemonia su me stesso. Ora pensava l'una, ora pensava l’altra; ora parlava l’una, ora parlava l’altra. E, nel cammino di comprensione e guarigione da questo dualismo apparentemente irriducibile, vidi anche chiaramente che la teoria situazionista soffriva di una contraddizione simile. Se lo studio di tale teoria non aveva fatto così che consolidarmi in questa scissione che già mi portavo appresso, riconoscevo che la medesima scissione era riprodotta proprio dai membri più rappresentativi dell’Internazionale Situazionista e quindi dall’organizzazione stessa.
Da qui una rivalutazione del concetto di cura, ma non più o non solo
quella del curatore d’arte contemporanea, bensì cura intesa innanzi tutto come
necessità di curarmi. Curarmi tramite l’emendazione della mia – cattiva -
abitudine ad oggettivare la mia soggettività senza però che quest’ultima fosse
da me ben conosciuta. Le mie emozioni entravano in frequente cortocircuito
perché innanzi tutto alcune di esse erano inconsciamente incatenate: si
trattava di liberarle smettendo di somministrare loro selettivi sedativi a
seconda di una peraltro spesso malintesa necessità di accettazione sociale e
contemporaneamente di chiarificare la mente per metterla in condizione di
garantire a tali emozioni un equilibrio che mi permettesse una vita interna ed
esterna accettabile. È difficile adempiere ai tuoi doveri autentici quando sei
già oppresso da doverizzazioni immaginarie, così come è difficile godere dei
tuoi autentici diritti quando alzi all’infinito l’asticella dei desideri, e
nulla ha a che vedere un tale movimento con quando Eduardo Galeano dice che l’utopia
«sirve para caminar», giacché una cosa è appunto camminare ed un’altra è fare
passi più lunghi delle proprie gambe. Si può persino volare, ma anche il volo
non può prescindere dal tempo e dallo spazio, altrimenti il volo è di Icaro!
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Edoardo Galeano |
Un metodo di autocura fu, ad esempio, quello di conservare i sogni del
primo mattino – necessariamente quelli perché gli altri li dimentico – ancora
una volta attraverso la scrittura, ma non compiendo un mero reportage, bensì
“correggendo” il lavoro onirico attraverso alcuni ritocchi di fantasia
cosciente che forse sottraevano verità al sogno, ma aggiungevano piacere
all’operazione. D’altra parte se intaccavano il primo strato di verità non lo
facevano che giustapponendovi un secondo strato di verità che, richiamato dalla
prima, non era che il prodotto di una emozione liberata. Si veniva così a
produrre una verità composta, e in quanto tale più difficilmente decriptabile
dallo psicoanalista, ma non di meno una verità.
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Rose Selavy, Ciuringa - Ricami, 2017. |
Inoltre l’autocura coincide spesso - fortunatamente – anche con la cura
dell’altro. Passare dai burrascosi ma silenziosi soliloqui del pensiero ai
liberanti sogniloqui della scrittura fu una buona idea, ma restava
ancora – nella migliore delle ipotesi - entro una dimensione “monodialogica”.
Bisognava aprire le porte del cuore all’altro, scoprire la pratica dell’empatia
perché fosse possibile un autentico dialogo. Aprire il cuore, ma anche fare
spazio al soliloquio-sogniloquio dell’altro: questo può avvenire solo nel
momento in cui finalmente decidi di buttare via tutta la spazzatura che
quell’organo racchiude in sé da tempo, col vantaggio che lo smaltimento dei
“rifiuti cardiaci” sono ad impatto 0 sull’ambiente!
Stefano Taccone e Salvatore Manzi in occasione della presentazione del catalogo della mostra personale di quest'ultimo, Prima di me (2015).
In questo quadro ho (ri)scoperto anche una possibile pratica di cura più propriamente artistica. Essa contempla però per ora soltanto le personali – tutt’al più le doppie personali - e non può interessare artisti con i quali non ci sia un buon rapporto empatico – non necessariamente deve esserci a priori, ma se non c’è non si possono saltare le tappe: bisogna avere la pazienza di costruirlo. Per me si tratta dunque di mettermi in ascolto del soliloquio-sogniloquio dell’artista e di vedere come è possibile intrecciarlo col mio, pur non pensando mai di scalzare dal primo piano il suo. Così i soliloqui-sogniloqui crescono in un circolo virtuoso di idee, affetti e visioni. Chissà, essi rispondono senza dubbio al bisogno di capire, ma probabilmente non di meno a quello «di intrattenersi con qualcuno in modo largamente comunicativo e umanamente soddisfacente.».[20]
Stefano Taccone
[1] Cfr. Z. Bauman, On Art, Death and Postmodernity –
And What They Do to Each Other, in M. Hanula (a c. di), Stopping the Process:
contemporary Views on Art and Exhibitions, NIFCA, Helsinki 1998.
[2] S. Zuliani, Esposizioni. Emergenze della critica d'arte contemporanea, Bruno Mondadori,
Milano, 2012, p. 39.
[3] Cfr. Y. Michaud, L'artiste et les commissaires : quatre
essais non pas sur l'art contemporain mais sur ceux qui s'en occupent,
2007, trad. it. L' artista e i commissari. Quattro saggi non sull'arte contemporanea, ma
su chi si occupa di arte contemporanea, Idea, Roma), 2008.
[4] S. Zuliani, Esposizioni, cit., p. 40.
[5] Cfr. L. Vergine. Schegge.
Lea Vergine sull’arte e la critica contemporanea. Intervista di Ester Coen,
Skira, Milano 2002.
[6] S. Zuliani, Esposizioni, cit., p. 40.
museale, Luca Sossella
Editore, Roma 2004
[8] S. Zuliani, Esposizioni, cit., p. 40.
[9] Ibidem.
[10] Ivi, p. 41.
[11] Cfr. A. Trimarco, Ornamento. Il sistema dell'arte nell'epoca della
megalopoli, Mimesis, Sesto San Giovanni, 2009.
[12] S. Zuliani, Esposizioni, cit., p. 41.
[13] Ivi, pp. 41-42.
[14] M. Kelley, God, Family,
Fun, and Friends: Mike Kelly in Conversation with John C. Welchman, in
J. C. Welchman (ed.), Institutional Critique and after, JRP|Ringier, Zürich,
2006, p. 330.
[15] Cfr. C. Lonzi, La critica è potere, in “NAC. Notiziario d’arte contemporanea”,
n.s., n. 3, dicembre 1970, ora in Ead., Scritti
sull’arte, Et. al/Edizioni, Milano,
2012.
[16] Cfr. F. Menna, Critica della critica, Feltrinelli, Milano, 1980.
[17] Cfr. S. Taccone, La contestazione dell’arte, Phoebus, Casalnuovo di Napoli, 2013 (nuova ed. Iod,
Casalnuovo di Napoli, 2015).
[18] Cfr. S. Taccone, La radicalità dell’avanguardia, Ombre
Corte, Verona, 2017.
[19] Cfr. A. Badiou, Le réveil de l'histoire, 2011, trad. it. Il risveglio della storia. Filosofia delle nuove rivolte mondiali,
Ponte alle Grazie, Milano, 2012.
[20] C.
Lonzi, Autoritratto, 1969, nuova ed. Et. al/Edizioni,
Milano, 2010, p. 3.